|
"La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo"
II Congresso mondiale dei movimenti
ecclesiali e delle nuove comunità
Rocca di Papa (Roma), 31 maggio - 2 giugno 2006
- Messaggio di Sua Santità
Benedetto XVI
- Introduzione ai lavori
di S. E. Mons. Stanislaw Rylko
- Relazione di S. Em. il
Card. Christoph Schönborn, Arcivescovo di
Vienna
"Le Christ – le plus beau des hommes" (TESTO
IN FRANCESE)
- Relazione di S. Em. il Card.
Marc Ouellet, Arcivescovo di Québec e Primate del
Canada
"La beauté d'être Chrétiens"
(TESTO IN FRANCESE)
- Relazione del Card. Angelo
Scola, Patriarca di Venezia (TESTO PROVVISORIO)
"Movimenti ecclesiali e nuove comunità nella
missione della Chiesa: priorità e prospettive"
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER IL II CONGRESSO MONDIALE
DEI MOVIMENTI ECCLESIALI E DELLE NUOVE COMUNITÀ
Cari fratelli e sorelle,
in attesa dell'incontro previsto per sabato 3 giugno in
Piazza San Pietro con gli aderenti a più di 100 Movimenti
ecclesiali e nuove Comunità, sono lieto di porgere
a voi, rappresentanti di tutte queste realtà ecclesiali,
riuniti a Rocca di Papa in Congresso Mondiale, un caloroso
saluto con le parole dell'Apostolo: «Il Dio della
speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché
abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito
Santo» (Rm 15,13). É ancora vivo, nella mia
memoria e nel mio cuore, il ricordo del precedente Congresso
Mondiale dei Movimenti ecclesiali, svoltosi a Roma dal 26
al 29 maggio 1998, al quale fui invitato a portare il mio
contributo, allora in qualità di Prefetto della Congregazione
per la Dottrina della Fede, con una conferenza concernente
la collocazione teologica dei Movimenti. Quel Congresso
ebbe il suo coronamento nel memorabile incontro con l'amato
Papa Giovanni Paolo II del 30 maggio 1998 in Piazza San
Pietro, durante il quale il mio Predecessore confermò
il suo apprezzamento per i Movimenti ecclesiali e le nuove
Comunità, che definì “segni di speranza”
per il bene della Chiesa e degli uomini.
Oggi, consapevole del cammino percorso da allora sul sentiero
tracciato dalla sollecitudine pastorale, dall' affetto e
dagli insegnamenti di Giovanni Paolo Il, vorrei congratularmi
con il Pontificio Consiglio per i Laici, nelle persone del
suo Presidente Mons. Stanislaw Rylko, del Segretario Mons.
Joseph Clemens e dei loro collaboratori, per l'importante
e valida iniziativa di questo Congresso Mondiale, il cui
tema – “La bellezza di essere cristiani e la
gioia di comunicarlo” - prende spunto da una mia affermazione
nell'omelia di inizio del ministero petrino. E' un tema
che invita a riflettere su ciò che caratterizza essenzialmente
l'avvenimento cristiano: in esso infatti ci viene incontro
Colui che in carne e sangue, visibilmente, storicamente,
ha portato lo splendore della gloria di Dio sulla terra.
A Lui si applicano le parole del Salmo 44: «Tu sei
il più bello tra i figli dell'uomo». E a Lui,
paradossalmente, fanno riferimento anche le parole del profeta:
«Non ha apparenza né bellezza per attirare
i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere»
(Is 53,2). In Cristo s'incontrano la bellezza della verità
e la bellezza dell'amore; ma l'amore, si sa, implica anche
la disponibilità a soffrire, una disponibilità
che può giungere fino al dono della vita per coloro
che si amano (cfr Gv 15,13)! Cristo, che è “la
bellezza di ogni bellezza”, come soleva dire san Bonaventura
(Serrnones dominicales 1,7), si rende presente nel cuore
dell'uomo e lo attrae verso la sua vocazione che è
l'amore. E grazie a questa straordinaria forza di attrazione
che la ragione è sottratta al suo torpore ed aperta
al Mistero. Si rivela così la bellezza suprema dell'amore
misericordioso di Dio e, allo stesso tempo, la bellezza
dell'uomo che, creato ad immagine di Dio, è rigenerato
dalla grazia e destinato alla gloria eterna.
Nel corso dei secoli, il cristianesimo è stato comunicato
e si è diffuso grazie alla novità di vita
di persone e di comunità capaci di rendere una testimonianza
incisiva di amore, di unità e di gioia. Proprio questa
forza ha messo tante persone in “movimento”
nel succedersi delle generazioni. Non è stata, forse,
la bellezza che la fede ha generato sul volto dei santi
a spingere tanti uomini e donne a seguirne le orme? In fondo,
questo vale anche per voi: attraverso i fondatori e gli
iniziatori dei vostri Movimenti e Comunità avete
intravisto con singolare luminosità il volto di Cristo
e vi siete messi in cammino. Anche oggi Cristo continua
a far echeggiare nel cuore di tanti quel “vieni e
seguimi” che può decidere del loro destino.
Ciò avviene normalmente attraverso la testimonianza
di chi ha fatto una personale esperienza della presenza
di Cristo. Sul volto e nella parola di queste “creature
nuove” diventa visibile la sua luce e udibile il suo
invito.
Dico pertanto a voi, cari amici dei Movimenti: fate in
modo che essi siano sempre scuole di comunione, compagnie
in cammino in cui si impara a vivere nella verità
e nell'amore che Cristo ci ha rivelato e comunicato per
mezzo della testimonianza degli Apostoli, in seno alla grande
famiglia dei suoi discepoli. Risuoni sempre nel vostro animo
l'esortazione di Gesù: «Così risplenda
la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano
le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che
è nei cieli» (Mt 5,16). Portate la luce di
Cristo in tutti gli ambienti sociali e culturali in cui
vivete. Lo slancio missionario è verifica della radicalità
di un'esperienza di fedeltà sempre rinnovata al proprio
carisma, che porta oltre qualsiasi ripiego stanco ed egoistico
su di sé. Illuminate l'oscurità di un mondo
frastornato dai messaggi contraddittori delle ideologie!
Non c'è bellezza che valga se non c'è una
verità da riconoscere e da seguire, se l'amore scade
a sentimento passeggero, se la felicità diventa miraggio
inafferrabile, se la libertà degenera in istintività.
Quanto male è capace di produrre nella vita dell'uomo
e delle nazioni la smania del potere, del possesso, del
piacere! Portate in questo mondo turbato la testimonianza
della libertà con cui Cristo ci ha liberati (cfr
Gal 5,1). La straordinaria fusione tra l'amore di Dio e
l'amore del prossimo rende bella la vita e fa rifiorire
il deserto in cui spesso ci ritroviamo a vivere. Dove la
carità si manifesta come passione per la vita e per
il destino degli altri, irradiandosi negli affetti e nel
lavoro e diventando forza di costruzione di un ordine sociale
più giusto, il si costruisce la civiltà capace
di fronteggiare l'avanzata della barbarie. Diventate costruttori
di un mondo migliore secondo l'ordo amoris in cui si manifesta
la bellezza della vita umana.
I Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità sono
oggi segno luminoso della bellezza di Cristo e della Chiesa,
sua Sposa. Voi appartenete alla struttura viva della Chiesa.
Essa vi ringrazia per il vostro impegno missionario, per
l'azione formativa che sviluppate in modo crescente sulle
famiglie cristiane, per la promozione delle vocazioni al
sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata che sviluppate
al vostro interno. Vi ringrazia anche per la disponibilità
che dimostrate ad accogliere le indicazioni operative non
solo del Successore di Pietro, ma anche dei Vescovi delle
diverse Chiese locali, che sono, insieme al Papa, custodi
della verità e della carità nell'unità.
Confido nella vostra pronta obbedienza. Al di là
dell'affermazione del diritto alla propria esistenza, deve
sempre prevalere, con indiscutibile priorità, l'edificazione
del Corpo di Cristo in mezzo agli uomini. Ogni problema
deve essere affrontato dai Movimenti con sentimenti di profonda
comunione, in spirito di adesione ai legittimi Pastori.
Vi sostenga la partecipazione alla preghiera della Chiesa,
la cui liturgia è la più alta espressione
della bellezza della gloria di Dio, e costituisce in qualche
modo un affacciarsi del Cielo sulla terra.
Vi affido all'intercessione di Colei che invochiamo come
la Tota pulchra, la "Tutta bella", un ideale di
bellezza che gli artisti hanno cercato sempre di riprodurre
nelle loro opere, la «Donna vestita di sole»
(Ap 12,1) in cui la bellezza umana si incontra con la bellezza
di Dio. Con questi sentimenti a tutti invio, quale pegno
di costante affetto, una speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 22 Maggio 2006
Benedetto XVI
Introduzione di S. E. Mons. Stanislaw Rylko
Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici
Cari Amici,
1. Con il cuore colmo di gratitudine per la comunione
che abbiamo vissuto attorno all’altare del Signore,
vi dò il mio caloroso benvenuto al II Congresso mondiale
dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità organizzato
dal Pontificio Consiglio per i Laici, il dicastero che ho
l’onore di presiedere. Voi rappresentate qui il grande
popolo dei movimenti che con generosità, gioia e
passione serve ormai in tutti i continenti la missione della
Chiesa. E provenite da un centinaio di movimenti ecclesiali
e nuove comunità (un numero quasi doppio rispetto
alla prima edizione del Congresso), che sono espressione
concreta della straordinaria ricchezza “carismatica”
della Chiesa del nostro tempo e un messaggio forte di speranza.
Saluto con riconoscenza i nostri ospiti, che con la loro
partecipazione danno grande lustro al Congresso: gli Eminentissimi
Signori Cardinali, gli Eccellentissimi Vescovi, i sacerdoti,
i religiosi e le religiose, i laici. Saluto cordialmente
i rappresentanti dei dicasteri della Curia Romana. Saluto
i delegati fraterni di altre Chiese e Comunioni cristiane,
la cui presenza ci è particolarmente cara. Respiriamo
già il clima della Pentecoste, e quando soffia lo
Spirito cresce e si rafforza dentro di noi il desiderio
dell’unità. E saluto tutti coloro che si sono
assunti l’onere delle relazioni o degli interventi
nelle tavole rotonde, ringraziandoli di cuore sin d’ora.
A tutti voi dico con le parole di Paolo: «Grazia a
voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù
Cristo!» (2Cor 1, 2).
Apriamo i lavori di questo Congresso in profonda comunione
con il Successore di Pietro, papa Benedetto XVI, al quale
esprimiamo affetto filiale e viva gratitudine per il messaggio
così denso di contenuti con cui ha voluto rendersi
presente tra noi, dando un solido orientamento alla nostra
riflessione. Un gesto, che è segno ulteriore della
sua paterna attenzione nei confronti di queste nuove realtà
aggregative nelle quali egli ravvisa «modi forti di
vivere la fede», frutto di «sempre nuove irruzioni
dello Spirito Santo» per rispondere alle sfide che
il mondo lancia alla missione della Chiesa. La persona del
Successore di Pietro ci richiama già all’inizio
di questo Congresso alla necessità di aprirci all’orizzonte
della Chiesa universale, facendoci carico, oltreché
delle sue gioie e delle sue speranze, dei difficili problemi
che l’affliggono. Nel corso di queste giornate il
nostro sentire cum Ecclesia dovrà essere dunque particolarmente
intenso e trovare espressioni concrete.
Nella stupenda manifestazione della multiforme varietà
dei doni dello Spirito Santo alla Chiesa di oggi, in queste
giornate noi faremo di nuovo l’esperienza della loro
profonda unità nella comunione ecclesiale, di quella
misteriosa dinamica di cui san Paolo scrive: «Vi sono
poi diversità di carismi, ma uno solo è lo
Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo
è il Signore; vi sono diversità di operazioni,
ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a
ciascuno è data una manifestazione particolare dello
Spirito per l’utilità comune» (1Cor 12,
4-7). In questa “scuola” di comunione proiettata
verso la missione, noi renderemo grazie al Signore per i
frutti di santità e di dinamismo evangelizzatore
che questi carismi – cifra di una primavera della
fede – generano nella vita di singoli battezzati e
di comunità cristiane sparse nel mondo intero. Soprattutto
– e ciò ricapitola la ragione ultima di questo
secondo Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e delle
nuove comunità – ci porremo all’ascolto
di ciò che il Signore ci chiede qui e ora (cfr. Ap
2, 7). Nella imminenza della solennità di Pentecoste
la nostra memoria fluisce verso quel cenacolo dove duemila
anni fa gli apostoli erano riuniti in preghiera insieme
a Maria. Sia il nostro Congresso come un cenacolo dal quale
s’innalza la nostra preghiera a Dio affinché
scenda lo Spirito e rinnovi la faccia della Terra.
2. Per leggere il significato pieno di questo Congresso
è necessario tornare con la memoria alla sua prima
edizione, svoltasi nel maggio del 1998. Un evento che ha
segnato profondamente la vita dei movimenti, dando solide
fondamenta teologiche alla loro identità ecclesiale
e aprendo orizzonti nuovi e affascinanti alla loro missione
nella Chiesa. Vale qui la pena rileggere alcuni stralci
tra i più significativi del messaggio che il servo
di Dio Giovanni Paolo II inviò ai partecipanti in
quella occasione. Scriveva: «[I movimenti] rappresentano
uno dei frutti più significativi di quella primavera
della Chiesa già preannunciata dal Concilio Vaticano
II, ma purtroppo non di rado ostacolata dal dilagante processo
di secolarizzazione. La loro presenza è incoraggiante
perché mostra che questa primavera avanza, manifestando
la freschezza dell’esperienza cristiana fondata sull’incontro
personale con Cristo». E ancora: «La vostra
stessa esistenza è un inno all’unità
nella pluriformità voluta dallo Spirito e ad essa
rende testimonianza. Infatti, nel mistero di comunione del
Corpo di Cristo, l’unità non è mai piatta
omogeneità, negazione della diversità, come
la pluriformità non deve diventare mai particolarismo
o dispersione. Ecco perché ognuna delle vostre realtà
merita di essere valorizzata per il peculiare contributo
che apporta alla vita della Chiesa». E infine la frase
che tocca il punto essenziale dell’identità
ecclesiale dei movimenti: «Più volte ho avuto
modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto
o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la
dimensione carismatica, di cui i Movimenti sono un’espressione
significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione
divina della Chiesa fondata da Gesù, perché
concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo
e la sua opera salvifica nel mondo». Parole entusiasmanti
e impegnative che hanno mantenuto intatta, attraverso gli
anni, la forza di ispirare e orientare la vita di movimenti
e comunità.
Un’altra voce, a quel primo Congresso, ha lasciato
una impronta indelebile nella vita di queste nuove realtà
ed è stata la voce dell’allora cardinale Prefetto
della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger.
Benedetto XVI segue da molti anni, con passione di teologo
e di pastore, i movimenti ecclesiali e le nuove comunità
dei quali è sempre stato interlocutore attento e
con i quali ha instaurato nel tempo un rapporto di vera
amicizia. Il cardinale Ratzinger aprì i lavori del
Congresso con una conferenza sulla collocazione teologica
dei movimenti, una lezione di straordinario spessore teologico
e di forte valenza pastorale che fu accolta dai partecipanti
con calorose espressioni di gratitudine. Nelle sue magistrali
parole, infatti, essi avevano visto riflessa e confermata
la loro esperienza di fede, la loro identità ecclesiale
più profonda. Negli anni difficili del post-Concilio
– diceva il Prefetto della Congregazione per la Dottrina
della Fede – quando in molti parlavano di “inverno”
nella Chiesa, «ecco, all’improvviso, qualcosa
che nessuno aveva progettato. Ecco che lo Spirito Santo[...]
aveva chiesto di nuovo la parola. E in giovani uomini e
in giovani donne risbocciava la fede, senza “se”
né “ma”, senza sotterfugi né scappatoie,
vissuta nella sua integralità come dono, come un
regalo prezioso che fa vivere». Per impostare correttamente
il discorso teologico sui movimenti ecclesiali, secondo
il cardinale Ratzinger, non basta la dialettica dei principi:
istituzione e carisma, cristologia e pneumatologia, gerarchia
e profezia, perché la Chiesa non è edificata
dialetticamente, ma organicamente. La via giusta da seguire
è quella dell’approccio storico, risalendo
all’apostolicità. È la missione a costituire
la base teologica dei movimenti nella Chiesa. Una missione
che oltrepassa i confini delle Chiese locali per arrivare
“fino ai confini della terra”e che costituisce
il vincolo che li unisce al ministero del Successore di
Pietro. Diceva il cardinale Ratzinger: «Il papato
non ha creato i movimenti, ma è stato il loro essenziale
sostegno [...], il loro pilastro ecclesiale. [...] Il Papa
ha bisogno di questi servizi, e questi hanno bisogno di
lui, e nella reciprocità delle due specie di missione
si compie la sinfonia della vita ecclesiale». Il fenomeno
dei movimenti è una costante nella storia della Chiesa.
E la sua interessante rassegna dimostra come essi diano
forma ai tempestivi interventi dello Spirito Santo in «risposta
[...] alle mutevoli situazioni in cui viene a trovarsi la
Chiesa». L’appassionante lezione si concludeva
con alcune considerazioni di carattere pastorale, pratici
criteri di discernimento per mettere in guardia, da un lato
queste nuove realtà contro i rischi che derivano
da una condizione ancora per certi versi “adolescenziale”,
quali forme a volte eccessive di esuberanza, unilateralità
di vario tipo, erronee assolutizzazioni. E, dall’altro,
i Pastori che invita a «non [...] indulgere ad alcuna
pretesa di uniformità assoluta nella organizzazione
e nella programmazione pastorale [perché] –
diceva – meglio meno organizzazione e più Spirito
Santo». A entrambe le parti, quindi, egli rivolgeva
il pressante appello a lasciarsi educare e purificare dallo
Spirito. A rileggerle oggi, queste parole si caricano di
tutta l’autorevolezza di Pietro. Eletto papa, Benedetto
XVI continua a guardare con grande sollecitudine ai movimenti
ecclesiali e alle nuove comunità, a proposito dei
quali nell’agosto dello scorso anno a Colonia diceva:
«La Chiesa deve valorizzare queste realtà e
al contempo deve guidarle con saggezza pastorale, affinché
contribuiscano nel modo migliore, con i loro diversi doni
all’edificazione della comunità [...] Le Chiese
locali e i movimenti non sono in contrasto tra loro, ma
costituiscono la struttura viva della Chiesa».
L’eredità dottrinale e pastorale che ci viene
dal primo Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e
della nuove comunità – dove sono risuonate
le voci di due Papi – è un vero tesoro al quale
attingere in abbondanza durante i nostri lavori.
3. Ai movimenti ecclesiali riuniti in Piazza San Pietro
il 30 maggio 1998, Giovanni Paolo II ha dato una consegna
impegnativa: perseguire la maturità ecclesiale. «Oggi
– diceva – dinanzi a voi si apre una tappa nuova:
quella della maturità ecclesiale. Ciò non
vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti. È
piuttosto una sfida. Una via da percorrere. La Chiesa si
aspetta da voi frutti “maturi” di comunione
e di impegno». È dunque opportuno fare un bilancio
del nostro cammino negli otto anni trascorsi da allora.
Una valutazione che, nel corso del Congresso, costituirà
il leit-motiv dei gruppi di lavoro.
La bussola sicura per orientarsi verso questa meta sempre
da perseguire continua a essere per movimenti e nuove comunità
il magistero del Concilio Vaticano II. L’8 dicembre
dell’anno passato, nella festa dell’Immacolata,
abbiamo celebrato il 40° anniversario della chiusura
di quell’assise provvidenziale, che è stata
per la Chiesa una rinnovata Pentecoste. Questo Congresso
è allora occasione propizia per innalzare insieme
a Dio il nostro rendimento di grazie per il dono del Concilio,
di cui proprio i movimenti e le nuove comunità costituiscono
uno dei frutti più preziosi; per la teologia del
laicato sviluppata dal Vaticano II; per la rinnovata valorizzazione
del Battesimo e del sacerdozio comune dei fedeli che da
esso è derivata; per la sua ecclesiologia pneumatologica
che mette in risalto l’importanza dei carismi nella
vita della Chiesa e dei singoli cristiani; per il suo richiamo
alla vocazione universale alla santità nella Chiesa;
per aver reso accessibile a tutti il mistero affascinante
della Chiesa come comunione missionaria. Di tutto ciò,
il popolo di Dio è debitore verso il Concilio. E
l’unico modo di saldare questo debito è l’impegno
ad assimilarne fino in fondo l’insegnamento, un compito
che si ripropone a ogni nuova generazione di cattolici.
Il primo segno eloquente della maturità ecclesiale
dei movimenti, come diceva Giovanni Paolo II, è il
senso della comunione. Una comunione sempre più salda
con il Papa e con i pastori, entro la quale condividere
le loro ricchezze carismatiche, e una comunione fraterna
tra le diverse realtà aggregative, chiamate ad aprirsi
a una sempre più profonda conoscenza reciproca e
a collaborare in progetti comuni. È confortante constatare
che in questo senso si sta vivendo una stagione molto promettente.
E ciò vale anche per l’accoglienza paterna
e cordiale che i pastori in numero crescente vanno riservando
ai movimenti nelle rispettive Chiese particolari, vedendo
in essi un dono dello Spirito e non più una fastidiosa
intrusione come a volte è stato il caso. Sono certo
che il nostro Congresso darà un valido contributo
al rafforzamento di queste tendenze, dando la rotta per
scansare il rischio di collisioni che nuocciono alla causa
del Vangelo.
Il secondo indice di maturità ecclesiale per movimenti
e nuove comunità è l’impegno missionario.
Ed essi rendono effettivamente un grande servizio alla missione
evangelizzatrice della Chiesa. La loro forza di risvegliare
nelle persone slancio e coraggio missionario è stupefacente.
Come stupefacente è la loro “fantasia missionaria”,
la capacità di trovare vie sempre nuove per far giungere
l’annuncio di Cristo al cuore degli uomini del nostro
tempo. I carismi dai quali sono nate queste realtà
generano itinerari pedagogici di iniziazione cristiana di
straordinaria forza persuasiva e percorsi di educazione
cristiana che portano a vivere la fede con radicalismo evangelico
e a un impegno missionario alimentato da una solida e profonda
spiritualità. Una dimensione da coltivare perché
l’opera di evangelizzazione non venga inquinata dalla
tentazione di un superficiale attivismo, e alla quale il
nostro Congresso darà tutta l’attenzione che
merita.
C’è un altro aspetto sul quale vale la pena
soffermarsi nel delineare i tratti costitutivi della vera
maturità di movimenti ecclesiali e nuove comunità,
ed è il giusto significato da attribuire a questo
termine. La maturità – che è meta verso
la quale camminare costantemente – pur legata al passare
del tempo, non ha nulla a che vedere con il grigiore di
uno spirito invecchiato, non più capace di passione.
Essa rappresenta, al contrario, lo sviluppo pieno della
gioia del cuore, dell’entusiasmo, dello slancio, del
coraggio, della capacità di scommettere tutto sul
Vangelo... Questa giovinezza dello spirito – dono
che a movimenti e nuove comunità viene dall’Alto
– è frutto della loro quotidiana fedeltà,
sia a livello individuale sia a livello comunitario, al
carisma che li ha originati. Ed è richiamo a una
costante metánoia, alla conversione del cuore. La
fedeltà al carisma va più che mai salvaguardata
nella fase di ricambio generazionale che interessa attualmente
non pochi movimenti anche a livello di responsabili. Arriva
una nuova generazione di cristiani che ha alle spalle esperienze
esistenziali, culturali ed ecclesiali diverse da quella
precedente. Come passare loro il carisma del movimento in
tutta la sua freschezza e la sua forza spirituale? Come
superare stanchezza e routine? Nell’Apocalisse, san
Giovanni dà una indicazione preziosa, quando all’angelo
della Chiesa di Èfeso scrive: «Conosco le tue
opere, la tua fatica e la tua costanza [...] Sei costante
e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti.
Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo
amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti
e compi le opere di prima» (Ap 2, 3-4). L’amore
di prima. Per movimenti e nuove comunità, maturità
ecclesiale vuol dire anche non lasciare che si affievolisca
l’amore degli inizi, la passione originaria per il
proprio carisma, malgrado la fatica, le difficoltà
e le inevitabili prove che la vita sempre ci riserva.
4. Passiamo ora al tema del nostro Congresso: “La
bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo”,
ispirato alle parole pronunciate da Benedetto XVI il giorno
di inizio del suo ministero petrino. Diceva il Papa: «Non
vi è niente di più bello che essere raggiunti,
sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente
più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri
l’amicizia con Lui». Mettendo in risalto la
centralità della persona di Cristo nella vita cristiana,
queste parole svelano al tempo stesso il segreto più
profondo della sua potente forza attrattiva nei confronti
del cuore umano: la bellezza. Oggi, quello della bellezza
è un tema scottante. Il mondo che ci circonda è
un mondo dominato dal culto del brutto, soggiogato dalla
forza aggressiva di false bellezze che traggono in inganno
molti, rendendoli schiavi e prigionieri della menzogna.
Nella nostra epoca è stato soprattutto Hans Urs von
Balthasar, con la sua grandiosa opera di “estetica
teologica”, ad aiutare il pensiero cristiano a riscoprire
nel bello una categoria determinante per la vita dei battezzati.
Scrive il teologo svizzero: «In un mondo senza bellezza
– anche se gli uomini non riescono a fare a meno di
questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra,
equivocandone il senso –, in un mondo che non ne è
forse privo, ma che non è più in grado di
vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto
la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto
[...] In un mondo che non si crede più capace di
affermare il bello, gli argomenti in favore della verità
hanno esaurito la loro forza di conclusione logica [...]
Il processo che porta alla conclusione è un meccanismo
che non inchioda più nessuno e la stessa conclusione
non conclude più». Quella della bellezza è
perciò questione seria; la bellezza non riguarda
soltanto l’aspetto esteriore né è a
esso riducibile.
La dimensione della bellezza è fondamentale per il
nostro essere cristiani, come sa bene chi nella propria
vita ha incontrato Cristo. Secondo lo stesso von Balthasar,
nell’esperienza dell’incontro con il mistero
di Cristo è l’“essere rapiti” dalla
sua bellezza a segnare l’inizio della sequela del
Maestro: «L’essere trasportato [rapito] è
l’origine del cristianesimo. Gli apostoli sono trasportati
da ciò che vedono, ascoltano e toccano, da ciò
che si rivela nella forma; Giovanni (soprattutto egli, ma
anche gli altri) descrive sempre nuovamente come nell’incontro,
nel dialogo, la forma di Gesù acquista risalto, si
delineano in maniera inconfondibile i suoi contorni e come
all’improvviso ed in maniera inesprimibile il lampo
dell’incondizionato guizzi e butti a terra nell’adorazione
l’uomo, per ricrearlo come credente alla sequela del
Cristo». E qui vengono in mente le parole del profeta
Geremia: «Mi hai sedotto Signore, e io mi sono lasciato
sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso» (Ger 20,
7). Nei giorni che ci attendono siamo dunque chiamati a
confrontarci con la bellezza di Cristo, personalmente e
come movimenti. Siamo chiamati a porre Cristo al centro
delle nostre riflessioni e a non farne un pretesto per parlare
d’altro. E siamo chiamati a ravvivare dentro di noi
lo stupore, quel moto dell’animo che solo consente
di riconoscere il suo mistero. Ma in che cosa consiste questa
singolare bellezza che ha attratto lungo la storia schiere
innumerevoli di persone, trasformandone radicalmente l’esistenza?
Il cardinale Ratzinger lo illustrava magistralmente, mettendo
a confronto due testi biblici riferiti alla persona di Gesù:
il Salmo 45 (44) – «Tu sei il più bello
tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa
la grazia» – e la profezia di Isaia: «Non
ha bellezza né apparenza, l’abbiamo veduto:
un volto sfigurato dal dolore» (Is 53, 2). Joseph
Ratzinger trova la spiegazione di questo paradosso nel cuore
del mistero pasquale, dove «l’esperienza del
bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo
realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è
lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di
spine [...] Ma proprio in questo Volto così sfigurato
appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza
dell’amore che arriva “sino alla fine”».
È per questo che, egli aggiunge, «l’essere
colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è
conoscenza più reale e più profonda della
mera deduzione razionale». Al riguardo vale la pena
ricordare pure le parole che il giovane Karol Wojtyla faceva
dire a fratel Alberto – pittore fattosi frate per
servire i poveri – il quale di fronte all’immagine
dell’Ecce Homo, prega così: «Sei tuttavia
terribilmente diverso da Colui che sei. Ti sei affaticato
molto per ognuno di loro. Ti sei stancato mortalmente. Ciò
si chiama misericordia. Eppure sei rimasto bello. Il più
bello dei figli dell’uomo. Una bellezza simile non
si è mai più ripetuta. O, come difficile è
questa bellezza, come difficile. Tale bellezza si chiama
misericordia».
Come trasmettere questa Bellezza al mondo di oggi? Perché
è questa la sfida da raccogliere. Scriveva Giovanni
Paolo II: «Gli uomini del nostro tempo, magari non
sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non
solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso
di farlo loro “vedere”». Noi cristiani
abbiamo l’enorme responsabilità di non deformare,
non falsificare, non offuscare, non nascondere, ma –
al contrario – di far brillare con la nostra vita
la bellezza di Cristo, la bellezza della fede, la bellezza
della Chiesa, la bellezza delle nostre comunità cristiane,
la bellezza delle nostre famiglie cristiane... Alla domanda
su quale fosse la cosa più importante che avrebbe
voluto trasmettere ai giovani convenuti a Colonia per la
ventesima Giornata mondiale della gioventù, papa
Benedetto XVI ha risposto senza indugi: «Vorrei far
capire loro che essere cristiani è bello!»,
una frase che è divenuta quasi un motto del suo pontificato.
E la via di questa bellezza, come egli ci ha spiegato nella
Deus caritas est, la sua prima lettera enciclica, è
la via dell’amore che diventa dono incondizionato
di sé all’altro.
L’esperienza della bellezza di essere cristiani ha
trovato e trova ai nostri giorni un terreno particolarmente
fertile nei movimenti ecclesiali e nelle nuove comunità.
Non certo per meriti umani, ma per i doni di grazia che
sono i loro carismi essi riescono a far germogliare veri
fiori di bellezza nella vita di uomini e donne cristiani,
che con la loro testimonianza lanciano una provocazione
all’indifferenza, al grigiore e alla mediocrità
dell’esistenza di tanti, accendendo in loro il desiderio
di qualcosa di diverso, di più bello, di più
vero. Ed è proprio questa la vocazione di movimenti
e comunità: essere segno di contraddizione, sale
della terra, luce del mondo (cfr. Mt 5, 13-16), annunciando
agli uomini nostri contemporanei che il Vangelo non è
una utopia, ma cammino verso la vita piena, e che essere
cristiani è bello, un’avventura affascinante
che dà gioia e felicità. Lo stesso discorso
sulla maturità ecclesiale dei movimenti trova qui
la sua chiave di lettura per eccellenza. Misura ultima del
nostro essere cristiani e modello con il quale confrontarci
in continuazione è infatti nientemeno che la persona
di Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”.
Facendo parlare Cristo, Pascal scrive con parole dense di
misticismo: «Non ti paragonare agli altri ma a me.
Se in coloro con cui ti confronti non trovi me, ti confronti
con un essere abominevole. Se tu trovi me, confrontati.
Ma che cosa paragonerai? Te, o me in te? Se sei tu, si tratta
di un essere abominevole. Se sono io, confronti me con me.
Ora, in tutto io sono Dio».
5. Il nostro Congresso, come sapete, avrà il suo
culmine nell’incontro dei movimenti ecclesiali e delle
nuove comunità con papa Benedetto XVI in Piazza San
Pietro il 3 giugno prossimo, nella cornice della celebrazione
dei Vespri della solennità di Pentecoste. È
un importante segnale di continuità che il Papa ha
voluto dare, convocando movimenti e comunità nelle
stesse circostanze del loro indimenticabile incontro con
Giovanni Paolo II, il 30 maggio 1998. Il Santo Padre ha
espresso questo suo desiderio nel corso della prima udienza
ufficiale che mi ha concesso come presidente del Pontificio
Consiglio per i Laici. Era il 14 maggio 2005. Per una coincidenza
davvero sorprendente, la vigilia di Pentecoste! L’invito
del Papa è stato accolto con grande gioia, entusiasmo
e gratitudine da tutti i movimenti, che hanno aderito con
slancio e generosità all’itinerario di preparazione
dell’evento, immediatamente avviato dal Dicastero.
Una delle tappe salienti di questa preparazione è
stato il primo Congresso dei movimenti e delle nuove comunità
dell’America Latina, organizzato dal Pontificio Consiglio
per i Laici in collaborazione con il CELAM e svoltosi a
Bogotá, in Colombia nei giorni 9-12 marzo di quest’anno
sul tema: “Discepoli e missionari di Cristo oggi”.
È stato un avvenimento ecclesiale davvero importante,
specialmente in vista della V Conferenza dell’episcopato
latino-americano prevista per l’anno prossimo.
Movimenti ecclesiali e nuove comunità attendono con
grande gioia l’incontro con il Successore di Pietro,
per loro punto di riferimento in certo senso costituivo,
dal punto di vista ecclesiale. Siamo certi, che anche questo
nuovo incontro segnerà una importante pietra miliare
nella vita dei movimenti e nella vita della Chiesa dei nostri
tempi.
Concludo, esprimendo la gioia del Pontificio Consiglio per
i Laici, che in occasioni come questa, realizza concretamente
la missione affidatagli dal Papa di essere “casa comune”
per tutti i movimenti ecclesiali e le nuove comunità,
nonché di essere espressione della sua paternità
nei loro confronti. Auguro a tutti buon lavoro. Che il tempo
che passeremo insieme durante questo Congresso sia per tutti
noi dono di una rinnovata grazia di Pentecoste!
__________________________________
1. J. RATZINGER, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa
cattolica nella svolta del millennio, Edizioni San Paolo,
Milano 1997, p. 18.
2. J. RATZINGER, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione
teologica, in: I movimenti nella Chiesa, a cura del Pontificium
Consilium pro Laicis, Libreria Editrice Vaticana, Città
del Vaticano 1999, p. 15.
3. GIOVANNI PAOLO II, Messaggio ai partecipanti al Congresso
mondiale dei movimenti ecclesiali, "L'Osservatore Romano",
28 maggio 1998, p. 6.
4. J. RATZINGER, I movimenti e la loro collocazione teologica,
cit., p. 24.
5. Ibidem, p. 39 e 46.
6. Ibidem, p. 46.
7. Ibidem, p. 50.
8. Cfr. ibidem, p. 49.
9. BENEDETTO XVI, Discorso ai presuli della Conferenza Episcopale
Tedesca, "L'Osservatore Romano", 24 agosto 2005,
p. 5.
10. GIOVANNI PAOLO II, Discorso in occasione dell'Incontro
con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, in:
I movimenti nella Chiesa, cit. p. 222.
11. Cfr. A. CATTANEO, Unità e varietà nella
comunione della Chiesa locale, Marcianum Press 2006, pp.
215-219.
12. Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Messaggio ai partecipanti al
Seminario "I movimenti ecclesiali nella sollecitudine
pastorale dei vescovi", in: I movimenti ecclesiali
nella sollecitudine pastorale dei vescovi, a cura del Pontificium
Consilium pro Laicis, Libreria Editrice Vaticana, Città
del Vaticano 2000, pp. 15-19.
13. BENEDETTO XVI, Omelia di inizio del ministero petrino,
"L'Osservatore Romano", 25 aprile 2005, p. 5.
14. H.U. VON BALTHASAR, Gloria, vol. I: La percezione della
forma, trad. it. di G. Ruggieri, Jaca Book, Milano 1975,
p. 11.
15. Ibidem, pp. 23-24.
16. J. RATZINGER, La Bellezza. La Chiesa, Libreria Editrice
Vaticana e ITACA, Roma 2005, p. 23.
17. Ibidem, p. 17.
18. K. WOJTYLA, Fratello del nostro Dio, in: Tutte le opere
letterarie, Bompiani, Milano 2001, p. 688.
19. GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Novo millennio
ineunte, n. 16.
20. BENEDETTO XVI, Intervista a Radio Vaticana, 16 agosto
2005.
21. B. PASCAL, Pensieri, Città Nuova, Roma 2003,
n. 756.
Relazione: "Cristo il più bello tra
i figli di Adamo"
Christoph Cardinal Schönborn
(il testo è in francese: Le Christ – le
plus beau des hommes)
Frères et sœurs en Jésus Christ !
Nous nous préparons à la Pentecôte.
Nous implorons la venue du Saint Esprit, Âme de l’Église
et donateur de Vie (cf. CEC ). En plus, c’est aujourd’hui
la fête de la Visitation de Marie auprès d’Élisabeth.
Avec elle nous sommes invités à “méditer
dans notre cœur” tous ces évènements
dont le centre est le mystère du Christ (cf. Lc 2,
19-51).
Je commence notre méditation avec un regard sur
la fête de l’Ascension que nous venons de célébrer
il y a six jours. Aux “hommes de Galilée”
qui n’arrivent pas à détacher leur regard
de la nuée qui cache Jésus en l’emportant,
les anges disent : « Celui qui vous a été
enlevé, ce même Jésus reviendra comme
cela, de la même manière, dont vous l’avez
vu partir vers le ciel » (Ac 1, 11).
Il y a plus de 30 ans, - que le temps passe vite, et que
la vie est brève !- je notais dans mon livre “L’Icône
du Christ” au sujet de cette parole des anges : «
Cette promesse du retour de ‘ce même Jésus,
de la même manière, cette promesse confie à
l’Église le soin de garder vivant le souvenir
de sa Sainte Face, du visage de Celui qui, depuis, intercède
pour nous auprès de son Père et notre Père.
Cette promesse l’incite à confesser sa foi
en l’avènement ultime du Seigneur. Or, l’icône
est cette confession. Elle est le moyen terme, pour ainsi
dire, entre l’Incarnation et l’Eschatologie
puisqu’elle confesse la vérité des deux.
Confessant en un même mouvement l’identité
de Jésus de Nazareth, le Verbe incarné, et
celle de son Seigneur qui reviendra juger les vivants et
les morts, l’icône a sa place au cœur de
la confession de foi de l’Église. Elle en est
comme le résumé » (L’icône
du Christ, Paris 20034, 139).
L’icône du Christ : pour beaucoup de Chrétiens,
la tradition orientale de l’icône, de sa peinture,
de sa spiritualité, est devenue comme un point de
ralliement, un point de rencontre pour tous les chrétiens.
L’icône est quasi omniprésente dans l’Église,
de l’Orient et de l’Occident. Son langage, sa
symbolique, son rayonnement semble bien toucher les cœurs
de beaucoup de nos contemporains. On s’est souvent
interrogé pourquoi, de nos jours, l’art de
l’icône a pu acquérir ce statut d’une
expression privilégiée de la foi chrétienne.
Il peut y avoir un aspect de “mode” (que certains
orthodoxes reprochent aux chrétiens d’occident,
ayant l’impression que leur tradition orientale soit
“utilisée” abusivement par les occidentaux).
Je pense qu’il y a quelque chose de plus profond.
Le sensus fidei reconnaît dans la tradition iconique
de l’Orient une sorte d’expression “canonique”
de notre foi, une expression qui dépasse les modes
et les fluctuations culturelles du langage artistique chrétien.
L’icône n’est pas à-temporelle,
elle connaît des variations stylistiques, des écoles,
des “colorations culturelles”, elle n’est
pas statique et immobile, comme on le lui a souvent reproché.
Quel est donc le secret de son attrait, la clef de compréhension
de son mystère, et la raison de sa grande stabilité
d’expression ?
Je pense que la raison ultime en est le Mystère
du Christ lui-même, Verbe Incarné, Dieu fait
homme, devenu “circonscriptible”, comme l’aime
dire les saints défenseurs des images, S. Théodore
le Studite et S. Nicéphore de Constantinople. Au-delà
de toutes les influences culturelles, des attaches à
des traditions iconographiques préchrétiennes,
des variations artistiques il y a un fond commun, une source
unique de l’art de l’icône : c’est
le mystère de la Sainte Face du Christ Jésus.
Il y a ce visage unique, il y a ce Jésus que les
apôtres ont connu, avec qui ils ont mangé et
bu, qu’ils ont vu transfiguré et bafoué,
rayonnant de la gloire divine du Tabor, et flagellé
et couronné d’épines. C’est ce
visage unique, de Jésus, fils de Marie, Fils de Dieu,
qui s’est gravé dans la mémoire de Pierre.
C’est le regard de Celui que Pierre venait de renier,
et qui le regardait d’une façon que rien au
monde n’a pu enlever de la mémoire et du cœur
de Pierre.
Ce Jésus est le fondement de l’Icône,
de sa fidélité (que certains caractérisent
– plus exactement caricaturent – d’immobilisme),
de son attrait inchangé. C’est parce que c’est
l’icône du Christ, qu’elle attire. C’est
parce que nous voulons voir le Christ que l’icône
nous parle. C’est parce que les fidèles (et
même souvent les non croyants) peuvent dire, en regardant
une icône du Christ : « C’est Jésus
! » que l’icône leur parle. Ce n’est
pas tant la qualité artistique, encore qu’elle
soit importante et à ne pas négliger puisqu’elle
est une vraie médiation pour la rencontre avec le
Christ, ce n’est donc pas tant la hauteur de l’œuvre
d’art qui compte, mais la force de la présence
du Christ lui-même qui importe dans l’art de
l’icône.
Je n’entre pas ici dans les débats sur l’esthétique
des icônes, sur l’aspect proprement artistique.
Il y a pour cela de bonnes études savantes. J’attire
votre attention sur un fait étonnant qui m’avait
frappé quand j’étudiais la littérature
du VIIIe et IXe siècle de la controverse iconoclaste,
la grande lutte pour ou contre les saintes images en christianisme.
En toute cette littérature je n’ai trouvé
trace d’un débat esthétique. La question
de la beauté des saintes images ne joue pratiquement
pas de rôle. Du moins je n’en ai rien trouvé
(cf. mon L’icône du Christ. Fondements théologiques,
Paris 20034, 235). Comment expliquer cela ? J’en ai
donné une première explication dans “L’icône
du Christ” : « Cette absence de considérations
esthétiques s’explique, nous semble-t-il, par
le fait que, de part et d’autre, il n’était
à aucun moment question de mettre en doute la légitimité
de l’art comme tel. Le débat [de l’iconoclasme]
portait uniquement sur l’extension de l’art
au-delà du domaine profane, dans le domaine sacré
» (loc. cit.). Les iconoclastes admettaient l’art,
comme l’islam, mais il devait se limiter strictement
au domaine profane. L’iconoclasme était, d’une
certaine façon, une sécularisation radicale
de l’art, une désacralisation de l’activité
artistique, réduite au pur décor, à
l’ornement de la vie profane. Mais derrière
ce rejet de tout caractère de l’art il y a
plus qu’une sécularisation de l’activité
artistique. Il y a une certaine conception de ce qui est
“chrétien” et donc de ce qu’est
le Mystère du Christ. Il est significatif à
cet égard de constater que tout le débat pour
justifier l’art Chrétien, les images sacrées
du Christ et de ses Saints, a tourné autour du Mystère
du Christ.
J’ai été frappé, en étudiant
la controverse sur les images, par la netteté avec
laquelle les défenseurs des images ont vu en ce débat
non pas une question d’esthétique, mais avant
tout christologique. Les pères du IIe Concile de
Nicée (787) en étaient bien conscients. Pour
eux, l’affirmation de la légitimité
de l’icône du Christ était comme le sceau
apposé à la confession de sa divinité
(Nicée I) et de sa divino-humanité (Chalcédoine).
L’Église Orthodoxe célèbre la
victoire définitive des défenseurs des images
en 843 comme “le triomphe de l’Orthodoxie”,
célébré liturgiquement chaque année
le premier dimanche de Carême.
L’icône du Christ – résumé
de la foi chrétienne ! Cela peut paraître exagéré.
À regarder de plus près ce n’est nullement
le cas. Permettez-moi de dire brièvement pourquoi,
et cela en deux étapes.
1) Un nouveau regard
À la fin de mon enquête sur les fondements
théologiques de l’icône du Christ, je
tirais cette conclusion : « Il y a une corrélation
entre la vision du mystère divino-humain du Christ
et la conception de l’art. En effet, l’Incarnation
n’a pas seulement transformé la connaissance
de Dieu, elle a également changé le regard
de l’homme sur le monde, sur lui-même et sur
ses activités dans le monde. Dès lors, l’activité
créatrice des artistes ne pouvait pas ne pas être
touchée, transformée par l’attrait du
mystère de l’Incarnation. Si le Christ est
venu pour renouveler l’homme tout entier, le recréer
selon cette image dont il est lui-même le modèle,
ne fallait-il pas que le regard, la sensibilité,
la créativité des artistes soient, eux aussi,
recréés à l’image de celui ‘pour
qui tout a été créé’ ?
Vu sous ce jour, l’effort pour cantonner l’art
dans le ‘profane’ doit apparaître comme
une crise profonde de la vision théocentrique du
monde et de l’homme » (op.cit., 236).
Il y a une possibilité de vérification de
cette thèse, qui est d’une actualité
croissante : le rapport de l’Islam à l’art
sacré. Je ne suis nullement spécialiste en
cette matière, mais je fais confiance à des
études compétentes. Si l’Islam rejette,
en général, l’image anthropomorphique
et ne laisse de la place qu’à l’ornement
et surtout à l’écriture, cela n’est
pas d’abord le résultat d’une théorie
artistique et esthétique, mais la conséquence
directe de sa vision du Dieu unique qui n’a, en ce
monde, aucune similitude, que rien ne peut représenter,
figurer, et même, d’une certaine façon,
symboliser. J’ai été frappé,
lors de mon voyage en Iran (2001), avec quelle insistance
on m’a expliqué que je ne devais pas parler
de l’homme-image de Dieu. Ce qui, pour la foi judéo-chrétienne,
est une évidence, confirmée intensément
par le mystère de l’Incarnation, que l’homme
soit vraiment ad imaginem et similitudinem de son créateur,
l’islam le rejette fermement. Dieu est unique et sans
pareille : La Súrat al-Tawhíd (Cor. *CXII)
que tout musulman prononce chaque jour, dit ceci : «
Dis : il est Dieu, l’Un, Il est Dieu, l’Unique,
Il n’a pas engendré, Il n’a pas été
engendré. Il n’a nulle pareille » (plus
exactement “nulle adéquation”).
Il n’y a donc aucune représentation de Dieu
dans le monde. L’aniconisme de l’Islam n’est
pas d’abord une théorie esthétique.
C’est une conséquence de la religion islamique
d’un Dieu que rien ne peut représenter. Seule
la lumière, dans la mosquée, le nikràb,
serait, selon des connaisseurs, une évocation métaphorique
du divin. Or la lumière est justement sans aucune
forme ni figure (cf. Assadhullah Souren Melikien Chirrani,
L’Islam, le Verbe et l’image, dans F. Boes pflug
– N. Lossky [ed.] Nicée II. 787-1987. Douze
siècles d’images religieuses, Paris 1987, 89-117).
Il en est autrement de la foi chrétienne. Parce
que le Créateur parle par sa créature, les
traces du divin sont “lisibles”, non sans difficulté
certes, mais réellement. C’est surtout l’homme,
véritable lieu-tenant de Dieu dans sa création,
qui est à l’image de Dieu. Son œuvre parle
de Lui, surtout l’homme. L’interdiction de l’image
dans l’Ancienne Alliance a un sens plus pédagogique
qu’ontologique. Parce que le cœur de l’homme
est une fabrique d’idoles, il fallait extirper toute
tentation d’idolâtrie. Mais fondamentalement,
Dieu se fait connaître par ses œuvres. C’est
là la porte d’entrée de l’art
sacré.
Le Mystère divino-humain du Christ approfondit cet
ordre de la création, lui donne sa stature définitive.
Il y a vraiment un visage humain qui soit “l’icône
du Dieu visible” (Col 1, 15). Parce que le Verbe s’est
fait chair, parce que le Christ, de condition divine, a
pris la condition d’esclave et a fait sienne son humanité
concrète, les réalités humaines, les
choses de ce monde sont devenues lieux de Sa présence,
capables d’être son expression, sa trace, son
langage.
Pour moi, les tableaux du Carravaggio sont une manifestation
exceptionnellement dense de ce fondement “divino-humain”
de l’art qui s’est développé sur
le sol chrétien. La madonna dei pelegrini de S. Agostino
à Rome en est pour moi un exemple saisissant. Les
pèlerins à genoux, pieds-nus (et pleins de
poussière) devant cette matrone avec un enfant déjà
trop grand pour être tenu dans les bras de sa mère
: tout cela respire un réalisme “charnel”
(dirait Charles Péguy) qui pourrait choquer (et qui
a choqué) comme manquant de sens et de dimension
sacrés. Or c’est précisément
le réalisme de l’incarnation qui permet d’approcher
le Saint, le Christ et sa Mère de cette façon
si proche de la terre.
La foi chrétienne en l’incarnation est à
la source d’un art qui se penche avec tant d’attention
sur les choses de la terre. J’ose penser que le grand
développement de l’art, sacré et profane,
en terre de chrétienté s’inspire (sans
renier d’autres sources) avant tout de ce oui inouï
à la terre qu’est l’Incarnation du Fils
de Dieu. Ce Oui au concret, à la matière,
au monde visible est à la racine de cette créativité
explosive que connaît l’art d’Occident.
J’admets bien volontiers que cette thèse mérite
des approfondissements que nos groupes de travail pourront
ébaucher.
2) Le Christ est la Beauté
J’ose aller encore un peu plus loin. Nous connaissons
l’enseignement classique sur les “transcendantaux”,
le vrai, le bon, le beau. Tous ces attributs ne sont pas
extérieurs à Dieu. Ils sont Dieu lui-même.
Il est la Vérité et le Bien, il est Amour,
il est Beauté. Vérité et Bonté,
Amour et Beauté sont, comme disent les scholastiques,
convertibles et coïncident avec l’Être
même de Dieu.
Toute beauté créée et une participation
à la beauté infinie de l’être
de Dieu. Si cela est vrai, il faut faire un pas de plus
et dire que le Verbe, en se faisant chair, a pour ainsi
dire “incarné” la bonté et l’amour,
la vérité et la beauté infinie de Dieu.
Le Christ est “le plus beau des enfants de l’homme”
non pas à cause de ses qualités esthétiques
particulières, mais parce qu’il est la beauté
incarnée de Dieu. Tout son être est amour et
vérité, bonté et beauté.
S’il est donc vrai que le Christ peut dire de lui-même
: « Je suis le Chemin, la Vérité et
la Vie », il peut tout aussi justement dire «
Je suis la Beauté ». Le Christ peut dire de
lui-même ce que seul Dieu peut dire : « Je suis
». L’Être, le Vrai et le Bien sont, selon
le terme scholastique, “convertibles”. Si le
Christ est la Vérité et la Bonté, il
est aussi ce qui est leur splendeur : la Beauté :
Splendor Veritatis, Splendor Boni !
Pour résumer ce deuxième pas de notre petite
réflexion je dirai, en variant une parole de S. Irénée
qui disait : « Le Christ, en venant, a apporté
avec lui-même, toute nouveauté » : «
Le Christ, en son Incarnation, a apporté avec lui
toute Beauté. C’est Lui la mesure de la Beauté,
c’est lui qui apporte, avec sa venue, un nouveau regard
sur la beauté. Il est, pour ainsi dire, “le
canon de la Beauté”. Il n’a pas seulement
rétabli la beauté originelle de la création
perdue et profanée par le péché et
le mal, il a apporté, en sa propre personne, la source
de toute beauté. De lui s’épanchent
sur le monde les eaux vives de la beauté. Et toutes
les beautés du monde, qu’elles soient beautés
de la nature, de la vertu ou de l’art, sont des rayonnements
de Sa Beauté.
« Tu es le plus beau des hommes », cette parole
du psaume royal, lue comme une annonce du Christ, ne veut
pas dire que Jésus serait, selon des critères
préétablis par une esthétique mondaine,
le plus parfait modèle de beauté. «
Tu es la source de toute beauté humaine ».
En toi nous est révélé ce qu’est
la beauté, et de toi nous recevons le regard pour
la voir, les critères pour la discerner et la force
pour l’imiter et la rayonner.
3) Le Christ nous entraîne sur le Chemin de Sa Beauté
Il nous faut donc regarder, contempler le Christ, source
de la Beauté divine, rendue accessible par son Incarnation.
J’ose vous proposer une conviction qui est une intuition
dont je crois qu’elle se vérifie de mille manières
: « Là où est le Christ, là est
la beauté ». Là où les cœurs,
les esprits, les vies s’ouvrent au Christ, là
les vannes de la beauté s’ouvrent et se déversent
comme des flots vivifiants sur un monde avili par le péché,
défiguré par la laideur du mal.
Depuis 2000 ans cela se vérifie, et je pense que
tout le sens de notre colloque préparatoire à
la rencontre de la Pentecôte a ce sens : regarder
comment les semences de beauté que sème le
Christ, croissent et portent du fruit.
Il faudra d’abord se pencher sur ce qui est le plus
beau fruit de la Beauté du Christ : la Sainteté.
Il n’y a de plus forte évidence de la Vérité
et de la Bonté divino-humaine du Christ que cette
voie lactée, cette nuée lumineuse des saints
sans nombre que le Christ a entraînée à
sa suite. Il n’y a rien de plus beau au monde que
la Sainteté. Des saints on peut dire ce que l’épître
aux Hébreux dit du Christ : ils sont comme le “resplendissement
de sa gloire” (Hebr 1, 3). Je pense qu’il suffit
de le dire pour qu’on se rende à l’évidence.
À maintes reprises le Cardinal Ratzinger, grand ami
et connaisseur de la tradition franciscaine, a attiré
l’attention sur ce fait impressionnant : le Poverello
d’Assise, en ne cherchant qu’à suivre
le Christ pauvre et humilié, a provoqué, non
seulement un grand mouvement spirituel dans l’Église.
Il a aussi suscité une traînée lumineuse
de beauté artistique. Giotto, Cimabue, pour ne mentionner
que ces deux-là, figurent pour une véritable
explosion de créativité artistique qui constitue,
jusqu’à nos jours, le plus grand trésor
artistique de l’Europe, et j’ose dire, du monde.
Le Christ, en suscitant par son Esprit, tant de sainteté,
est aussi la source vive de tant de beauté artistique.
Comment peut-on fermer les yeux devant cette évidence
?
Dans sa pièce « Fratello del Nostro Dio »
sur le Saint Frère Albert, Karol Wojtiła,
le vénéré pape Jean-Paul II, parle
de « cette autre beauté, celle de la miséricorde
». Comment ne pas voir cette évidence : le
Christ a donné au monde “cette autre beauté,
celle de la miséricorde”. Que serait notre
monde sans la réalité de la miséricorde
? Parce que nous en vivons tous, consciemment ou inconsciemment,
nous risquons de ne plus voir à quel point la beauté
de la miséricorde rayonne en notre monde de dureté
et d’inhumanité, à partir de ce foyer
inépuisable d’amour qu’est le cœur
de Jésus.
Qu’il suffise ici pour la suite de nos travaux d’avoir
indiqué ces trois voies lumineuses de la Beauté
du Christ : la Sainteté, l’art qui en est inspiré
et la miséricorde qui en rayonne.
Pour conclure je vous propose d’abord un texte de
S. Augustin, commentant le Psaume 44 (45), le verset 3 :
« Tu es beau, le plus beau des enfants des hommes
». Il y a d’autres passages que nous pourrions
citer, surtout ce texte très fort du commentaire
de S. Augustin à la première lettre de S.
Jean, parlant des deux textes bibliques apparemment contradictoires,
celui du Psaume 45 (44), que nous venons de citer, et celui
du 4ème Chant du Serviteur qui était «
sans beauté ni éclat pour attirer nos regards,
sans apparence qui nous aurait séduits, objet de
mépris, abandonné des hommes, homme de douleurs…
» (Is. 53, 2-3). Le Saint-Père les a admirablement
commentés, dans un message au Meeting des Peuples
à Rimini en 2002. Il y aurait bien d’autres
textes des Pères sur le contraste entre ces deux
oracles prophétiques, qu’il nous suffise de
citer celui des Enarrationes in Ps 44 de S. Augustin : «
même là, si tu veux considérer la miséricorde
qui l’a fait s’incarner, il est beau ».
Est beau ce qui est du Christ : c’est ainsi que nous
pouvons résumer ce texte de S. Augustin. C’est
beau parce que c’est du Christ. Parce que tout en
Lui rayonne la justice, la miséricorde, l’amour.
Comment rendre plus évidente cette affirmation ?
Le Padre Pio était-il beau ? Sans doute non, selon
les critères du monde ; sans doute oui selon la beauté
du Christ. Sorin Dumitescu, un artiste exquis (et un éditeur
courageux), peintre d’icônes contemporaines,
a publié un calendrier avec douze photos en grand
plan de Starez roumains orthodoxes. La beauté de
ces vieux visages aux rides profondes, est une preuve éclatante
de ce qu’est la beauté du Christ.
Je pourrais multiplier les exemples, et vous aussi. Je
m’arrête là avec deux questions qui m’inquiètent
:
1) Pourquoi tant d’art sacré de nos jours est
si laid ? Le musée du Vatican pour l’art sacré
moderne me laisse perplexe et même interdit. Que s’est-t-il
passé pour que l’art sacré soit si loin
de ses grandes expressions du passé ? Est-ce la crise
générale de l’art, de la culture de
notre temps ? Faut-il réapprendre à trouver
les expressions du Mystère du Christ chez des artistes
qui peuvent sembler loin de la foi ? Y a-t-il des signes
d’une reprise authentique de l’art inspiré
par le mystère du Christ ?
2) Pourquoi la liturgie a-t-elle tellement perdu du sens
de la beauté ? Pourquoi tant de mauvais goût
dans tout ce qui entoure la célébration du
Mystère de la foi ? Ne devrait-il pas générer
la plus belle des beautés ? D’où vient
ce “paupérisme”, ce “misérabilisme”
dans tant de nos expressions liturgiques ? Est-ce la perte
du sens du sacré ? Ou est-ce plus profondément
un affaiblissement de la présence, de la perception
du Mystère du Christ ? Manquons-nous d’enracinement
dans le Christ, source de la Beauté, Beauté-même
?
Deux questions qui ne laissent dans la perplexité.
Il ne faut pas les esquiver, il ne faut pas non plus s’en
laisser emprisonner. Car il se peut que la beauté
du Christ soit cachée dans la pauvreté de
nos expressions culturelles. Peut-être faut-il creuser
plus profondément, pour retrouver la source de la
Beauté. Elle ne cesse de couler, mais elle peut être
plus cachée, plus obscure en ces temps d’obscurcissement.
Laissez-moi terminer avec un souvenir-clef pour moi : [
Dominique Pomeau, lors d’un colloque sur l’art
sacré au Mans : “C’est la messe”
]
Oui, le Christ est là, toute sa Beauté est
là, cachée sous le voile des pauvres signes
de ses sacrements ; enfoui sous le tas de nos misères
pécheresses, mais réellement présent.
À nous d’aller à sa recherche, de creuser
pour trouver la source vive dans les déserts de notre
temps. La beauté du Christ est là. J’ose
paraphraser une parole du Seigneur : N’allez pas dire
: elle est ici, elle est là. Ma beauté est
au milieu de vous !
"La beauté d'être
Chrétiens" (testo in francese)
di S. Em. il Card. Marc Ouellet,
Arcivescovo di Québec e Primate del Canada
Qui dit beauté évoque spontanément
soit un paysage, une œuvre d’art, un exploit
sportif, un geste d’amour ou soit d’autres symboles
qui attirent et mobilisent le cœur et les énergies
des êtres humains. Le beau est ce qui plaît
et attire, écrivait jadis Platon. La beauté
évoque l’harmonie, la singularité et
même l’unicité, et en même temps
elle implique la diversité car on ne peut apprécier
l’unicité d’un geste ou d’une œuvre
qu’en fonction d’un ensemble dans lequel ce
geste ou cette œuvre se détachent et ressortent
avec un caractère d’exception, de splendeur,
en un mot de miracle. Pensons à la Pietà de
Michel-Ange ou à la Symphonie Jupiter de Mozart.
La beauté de la relation d’amour entre la
mère et l’enfant ressort sur le fond des multiples
relations sociales d’échange, de partage et
de service qui n’ont pas l’intimité,
la permanence et l’intensité du rapport mère-enfant.
Il en est de même des noces qui demeurent, malgré
les difficultés croissantes à notre époque,
l’un des symboles les plus beaux de la vie humaine,
tant par la relation d’amour qu’il suppose que
par le sens de la vie qu’il célèbre.
Dieu s’en sert de préférence pour dire
son mystère d’alliance avec la créature
sortie de ses mains.
Au plan théologique, la perception du beau (la gloire)
dépend de la révélation divine et des
conditions qu’elle pose et suppose pour être
saisie par l’esprit humain. Hans Urs von Balthasar
estime que c’est précisément sous l’angle
de la beauté que la manifestation de Dieu dans l’histoire
apparaît dans sa spécificité absolue.
L’action de Dieu dirigée vers l’homme
dans le Christ, écrit-il, « n’est digne
de foi qu’au titre de l’amour, nous voulons
parler du propre amour de Dieu dont la manifestation est
celle de la gloire divine» ; le christianisme, dans
sa réflexion sur lui-même, «ne peut être
compris que comme l’amour divin se glorifiant lui-même»
.
Les conditions de perception de cet amour requièrent,
dans le langage de Saint Thomas, une certaine connaturalité
entre le sujet et l’objet. Pour percevoir l’amour
divin en sa gloire spécifique, il faut plus que la
capacité naturelle d’admirer la beauté
des choses, des œuvres d’art ou des relations
humaines. Il faut un don de l’Esprit Saint qui suscite
en l’homme la foi, la foi de l’Église,
une foi divine et catholique. Une foi qui n’est pas
seulement l’assentiment de l’esprit à
des vérités abstraites ou un élan affectif
de pure confiance dans le mystère. Une foi christologique,
qui participe à la manière de voir de Jésus,
à son attitude foncière d’accueil de
la volonté du Père et d’obéissance
d’amour jusqu’à l’extrême.
Une telle foi ne s’acquiert pas par imitation mais
par communication gratuite de l’Esprit Saint. Elle
est un don jaillissant de la beauté du Christ, de
sa résurrection d’entre les morts.
Car la résurrection du Christ est le resplendissement
de la Gloire trinitaire. Elle témoigne d’un
excès d’Amour au cœur de la Trinité
qui fait irruption dans l’histoire. Répondant
au don du Père qui engendre et livre son Fils par
amour, et au don du Fils en retour, l’Esprit Saint
fait éclater et resplendir dans la chair du Christ,
la Gloire de Dieu comme Amour absolu. Le rayonnement de
cette gloire sur la face du Christ annonce du même
coup la réussite de l’Alliance entre Dieu et
l’homme, la naissance de l’Église comme
Épouse et Corps du Christ, et sa mission évangélisatrice
embrassant tout l’univers.
On m’a assigné le thème de la beauté
d’être chrétiens, au pluriel, car l’identité
du chrétien n’est jamais purement individuelle,
elle implique toujours les autres puisque nous sommes créés
et recréés en Jésus Christ, à
l’image et ressemblance du Dieu trinitaire. Ce thème
est fascinant mais peu fréquenté et redoutable
parce qu’on préfère traditionnellement
présenter le christianisme sous l’angle de
la vérité et de la bonté plutôt
que sous celui de la beauté. Je ne pouvais l’aborder
sans l’introduire comme je viens de le faire, en évoquant
au moins la Gloire de Dieu manifestée dans la résurrection
du Christ.
Mais l’esthétique est-elle une voie vraiment
féconde pour l’Église d’aujourd’hui
? Kirkegaard a mis en garde contre la superficialité
du stade «esthétique» de l’existence,
celui du dilettante qui n’engage pas sa personne de
façon profonde et durable. Certains aspects du christianisme
actuel, déraciné de ses forces vives, ne risquerait-il
pas alors de rester figé dans une situation de résidu
culturel d’un autre âge ? La beauté a-t-elle
assez de poids pour faire redémarrer en force l’évangélisation,
dans un monde assoiffé de valeurs mais détourné
d’un Dieu qu’il suppose connu et dont il ignore
en fait la Parole et le visage ? Je pose cette question
comme un défi auquel nous sommes tous confrontés
et qui met en jeu non seulement un engagement social pour
une cause mais une réponse dramatique de toute la
personne et de toute l’Église à l’amour
absolu manifesté en Jésus Christ.
J’ose toutefois risquer comme hypothèse ou
comme pari que la voie de la beauté entendue en ce
sens radical me semble être celle des mouvement ecclésiaux
(ME) et des communautés nouvelles (CN). Au début
du troisième millénaire ne sommes-nous pas
appelés à repartir de la beauté du
Christ ? Ne devons-vous pas notre élan et notre force
d’attraction à une nouvelle perception de la
beauté du Christ ? À l’exemple de Saint
François au Moyen Age, qui s’est mis à
réparer la beauté de l’Église
après sa rencontre du Crucifié de Saint Damien
! Je suis très honoré et profondément
reconnaissant d’avoir la chance de participer à
ce congrès. Puisse-t-il marquer une nouvelle étape
dans la croissance des ME et des CN au service de la mission
de l’Église.
LA BEAUTÉ DE L’ÉGLISE, UN PROGRAMME
?
D’entrée de jeu je dirais que le thème
de la beauté qui encadre la réflexion de cette
assemblée revêt une valeur récapitulative
et programmatique, d’autant plus qu’il a été
tiré de la première homélie de notre
bien-aimé Saint Père Benoît XVI.
Une valeur récapitulative parce qu’il suppose
les acquis mis en lumière lors de son intervention
magistrale au Congrès de 1998. Sa leçon théologique
sur la les charismes dans la tradition a servi alors à
mieux situer théologiquement les mouvements et les
communautés nouvelles et à faire reconnaître
universellement leur identité et leur apport original.
Les balises qu’il a posées demeurent capitales
pour mener à bien la réforme et le renouveau
actuel de l’Église dans la ligne conciliaire
d’une «herméneutique de la continuité»
.
Dans sa première encyclique, Benoît XVI a choisi
de miser sur la beauté en traitant de l’harmonie
entre l’amour divin et l’amour humain. L’écho
très positif qu’il a reçu indique la
pertinence de son choix qui veut «susciter dans le
monde un dynamisme renouvelé pour l’engagement
dans la réponse humaine à l’amour divin»
. Nous sommes donc entraînés par lui à
vivre sous le signe de la beauté de l’amour
et à communiquer la joie de croire qui nous habite.
Mais n’appelons pas cela un programme car il s’agit
d’une grâce, la grâce de la sainteté.
Le Saint Esprit la donne à qui Il veut et il ne la
refuse pas à qui en fait son humble prière
quotidienne.
APERCEVOIR ET ÊTRE RAVI PAR LA FIGURE DE JÉSUS
CHRIST
Hans Urs von Balthasar a longuement médité
la révélation chrétienne du point de
vue de la beauté. Son Esthétique théologique
en sept volumes a été écrite pendant
qu’à Rome les Pères du Concile Vatican
II vivaient la grande Pentecôte qu’il a appelée
: Le Concile de l’Esprit Saint. Balthasar a choisi
d’envisager la révélation chrétienne
sous cet angle avec la ferme conviction que le point de
vue de la gloire (le nom théologique de la beauté)
est le plus englobant et permet de mettre en évidence
l’originalité et la force d’attraction
de l’expérience chrétienne : «Celui
qui à son nom, fait la moue, écrit-il, comme
si elle était le vain ornement d’un passé
bourgeois, on peut être sûr que –en secret
ou ouvertement—il ne peut déjà plus
prier, et bientôt ne pourra plus aimer» .
Son intuition centrale est résumée dans le
petit livre intitulé L’Amour seul est digne
de foi où il montre comment la voie du beau rencontre
les aspirations les plus profondes du cœur humain mais
en visant, par delà ses besoins affectifs et rationnels,
la dimension la plus profonde de l’être où
la personne répond à l’appel de l’amour
gratuit manifesté en Jésus Christ. Suivons-le
sur cette voie en commençant par deux autres considérations
préliminaires, l’une d’ordre méthodologique
et l’autre d’ordre historique afin de situer
notre démarche dans le contexte actuel des cultures
sécularisées. Von Balthasar introduit ainsi
sa méthode esthétique : «Si tout ce
qui est beau se trouve objectivement au croisement de deux
facteurs que saint Thomas appelle species et lumen, figure
et éclat, la rencontre de la beauté est caractérisée
par ces deux facteurs : apercevoir et être ravi»
.
Apercevoir la figure de la gloire de Dieu sur la face du
Christ et être ravi par son éclat au point
de sortir de soi-même, d’être désapproprié
et mis au service de l’amour trinitaire dans l’Église.
Voilà en quelques mots l’expérience
chrétienne du beau qui consiste en une perception
et un ravissement jaillissant d’une véritable
rencontre personnelle. «À l’origine du
fait d’être chrétien, écrit Benoît
XVI dans sa première encyclique, il n’y a pas
une décision éthique ou une grande idée,
mais la rencontre avec un événement, avec
une Personne, qui donne à la vie un nouvel horizon
et par là son orientation décisive»
. Cette affirmation fondamentale dès le premier paragraphe
donne à son encyclique une orientation résolument
esthétique dans le sens théologique le plus
fort, qui invite d’abord à l’adoration,
mais qui inclut aussi le don total de soi à la suite
du Christ, la diakonia, pouvant aller jusqu’au martyria
.
Il est urgent aujourd’hui d’explorer cette
voie de la beauté car le point de vue de la vérité
et de la bonté rejoint moins vivement l’homme
actuel imbu de scepticisme et de relativisme. Il lui semble
en effet, à tort ou à raison, que l’affirmation
de la Vérité a engendré historiquement
l’intolérance et que l’imposition d’un
Bien moral universel est incompatible avec sa liberté.
Entre la Vérité, la bonté et la liberté,
l’harmonie est rompue et la tâche des chrétiens
consiste à restaurer cette harmonie à partir
de la rencontre vivante du Christ qui éveille le
cœur de la personne et donne sens à sa vie en
l’ouvrant à la totalité du réel
.
Le problème le plus grave qui affecte les cultures
sécularisées est le repli sur soi narcissique
qui vicie les rapports humains authentiques et pollue l’atmosphère
générale de la société . Il
suffit par exemple de constater la dérive des coutumes,
des mœurs et des lois touchant la famille pour mesurer
les conséquences sociales et culturelles de la rupture
de relation vivante avec le Dieu de Jésus Christ.
Cela m’amène à l’autre considération
d’ordre historique pour aborder le thème de
la beauté d’être chrétiens à
partir de leur condition dans le monde. Cette condition
est dramatique, elle implique une lutte jamais finie avec
l’esprit du monde. La Lettre à Diognète
nous la décrit d’une façon qui n’a
rien perdu de son actualité. Extérieurement,
la condition des chrétiens est identique à
celle de leurs contemporains mais intérieurement
ils se trouvent souvent en situation de tensions et de conflits
avec le monde ambiant: «Ils aiment tout le monde,
et tout le monde les persécute. On ne les connaît
pas, mais on les condamne ; on les tue et c’est ainsi
qu’ils trouvent la vie. Ils sont pauvres et font beaucoup
de riches. Ils manquent de tout et ils ont tout en abondance.
On les méprise et dans ce mépris, ils trouvent
leur gloire». Les chrétiens «sont dans
la chair mais ils ne vivent pas selon la chair», «
ce que l’âme est dans le corps, les chrétiens
le sont dans le monde». «L’âme aime
cette chair qui la déteste, ainsi que ses membres,
comme les chrétiens aiment ceux qui les détestent».
Et l’auteur conclut d’un mot qui résume
tout : «Le poste que Dieu leur a fixé est si
beau qu’il ne leur est pas permis de le déserter»
.
Ayant déblayé un peu le terrain, venons-en
maintenant au cœur du sujet, au cœur de la beauté
d’être chrétiens au pluriel, tout en
étant conscient que ce pluriel ne s’oppose
pas à l’unicité, car l’amour divin
qui rayonne sur la face du Christ et des chrétiens
ses disciples, rend chacun unique et original. Il éveille
le «je» de chacun et chacune en ce qu’il
a de plus personnel et libre.
Disons encore davantage. L’unicité du christianisme
par rapport à toute autre religion consiste dans
le fait paradoxal qu’il absolutise en quelque sorte
le «je» de chaque personne tout en le relativisant,
c'est-à-dire en le rendant pleinement relationnel.
Je m’explique. L’image trinitaire de Dieu en
l’homme, déjà perceptible dans les rapports
familiaux naturels, appelle les personnes en communion à
une donation mutuelle toujours plus grande. Cet amour mutuel
tend à faire coïncider au maximum ---noblesse
trinitaire oblige !—personne et amour, don de soi
et réalisation de soi . Le «je» se trouve
en se perdant dans le nous, où il se retrouve plus
consistant qu’en lui-même. Demandez aux amoureux
ce qu’ils ressentent quand ils sont contraints de
se séparer et de renoncer à un amour impossible.
Ils préfèrent la mort. Tristan et Yseult,
Roméo et Juliette, en sont des expressions célèbres.
Revenons toutefois au cœur du sujet. Il porte un nom
propre, un nom singulier mais en même temps universel,
un nom auquel chaque chrétien et l’ensemble
des chrétiens sont redevables. Un nom vénéré
même par d’autres religions qui aspirent elles
aussi à une plénitude que nous chrétiens
sommes heureux et conscients d’appeler Grâce
: Comblée de grâces !
COMBLÉE DE GRÂCES
«De génération en génération,
écrit Benoît XVI, on continue de s’émerveiller
devant ce mystère ineffable (de l’incarnation).
Imaginant s’adresser à l’Ange de l’Annonciation,
Saint Augustin demande : « Dites-moi donc, ange de
Dieu, d'où vient à Marie cette faveur ? »
La réponse, dit le Messager, est contenue dans les
paroles mêmes de la salutation : « Je vous salue,
pleine de grâce » (cf. Sermo 291, 6). Effectivement,
l’Ange, en « entrant chez Elle », ne l’appelle
pas par son nom terrestre, Marie, mais par son nom divin,
comme Dieu la voit et la qualifie depuis toujours : «
Pleine de grâce – gratia plena », qui
dans l’original grec est « kecharitoméne
», « pleine de grâce », la grâce
n’étant rien d’autre que l’amour
de Dieu, nous pourrions à la fin traduire cette parole
par : « aimée » de Dieu (cf. Lc 1, 28).
Origène observe que jamais un tel titre ne fut donné
à un être humain, que rien de semblable n’est
décrit dans l’ensemble des Saintes Ecritures
(cf. In Lucam, 6, 7). Il s’agit d’un titre exprimé
sous forme passive, poursuit le Saint Père, mais
cette « passivité » de Marie, qui est
depuis toujours et pour toujours l’« aimée
» du Seigneur, implique son libre consentement, sa
réponse personnelle et originale : en étant
aimée, en recevant le don de Dieu, Marie est pleinement
active, car elle accueille avec une disponibilité
personnelle la vague de l’amour de Dieu qui se déverse
en elle. En cela également, elle est la parfaite
disciple de son Fils, qui à travers l’obéissance
à son Père réalise entièrement
sa propre liberté et précisément de
cette manière exerce la liberté, en obéissant».
Évoquant ensuite la Lettre aux Hébreux, le
pape fait ressortir la beauté de la structure sponsale
de la nouvelle alliance : « Aussi, en entrant dans
le monde, le Christ dit :… Me voici, mon Dieu, je
suis venu pour faire ta volonté » (He 10, 5-7).
Face au mystère de ces deux « me voici »,
le « me voici » du Fils et le « me voici
» de la Mère, qui se reflètent l’un
dans l’autre et forment un unique Amen à la
volonté d’amour de Dieu, nous demeurons stupéfaits
et, remplis de reconnaissance, nous adorons» .
Kecharitomenè en grec, Gratia plena en latin, Comblée
de Grâces. Pourquoi avoir choisi ce nom au cœur
de notre démarche ? Parce qu’on trouve en elle
la beauté du «Tout dans le fragment»,
pour reprendre un autre titre du grand maître suisse.
Le tout, c’est-à-dire Dieu, l’Église,
l’humanité, la famille, en une femme préservée
de toute tache originelle, parfaitement transparente de
l’amour divin, couronnée d’étoiles
au milieu des douleurs d’enfantement de la vie éternelle
en nous. Une femme, Marie de Nazareth, Mère de Dieu
et Mère de l’Église, qui vit en nous,
ses enfants, et qui déverse en nous sa beauté
incomparable.
Beauté de Marie, beauté d’être
chrétiens dans l’unité avec elle, car
ce qu’elle possède comme privilège unique,
elle le répand sur nous intégralement par
sa parfaite correspondance à l’Esprit trinitaire
qui l’habite. L’Esprit Saint est en Dieu la
Gloire de l’Amour (Saint Grégoire de Nysse).
Il se donne et s’efface entre le Père et le
Fils pour glorifier leur amour mutuel. Ainsi Marie, la Fille
de Sion, vit dans l’unité de l’Église,
en perichorèse avec le peuple de Dieu, depuis qu’elle
a été élevée à son statut
d’Épouse de l’Agneau par sa station debout
au pied de la Croix. Marie communia alors profondément,
dans la nuit de la foi, à l’abandon du Fils
de Dieu, devenant ainsi associée à son abandon
et donc féconde en lui et par lui de toutes les grâces
qui procèdent de la croix et se déversent
sur les âmes.
La beauté d’être chrétiens au
pluriel passe ainsi d’elle en nous par osmose, moins
par imitation que par enfantement, car les reproductions
que nous sommes de sa beauté chrétienne, le
sont par sa médiation efficace qui est l’œuvre
de l’Esprit Saint. Cette expérience unique
de Marie, expérience archétypique , est la
réponse vivante de son Cœur immaculé
à la grâce d’amour de Dieu : «la
réponse de «l’épouse» qui,
poussée par la grâce, s’écrie
: «Viens» (Ap 22, 17) et «qu’il
m’advienne selon ta parole» (Lc 1, 38) ; de
l’épouse qui «porte en elle le germe
divin» et par conséquent «ne pèche
pas» (1 Jn 3, 9), mais «conserve avec soin tous
ces souvenirs et les médite en son cœur»
(Lc, 2, 19, 51) ; de l’épouse toute pure, que
l’amour de Dieu a rendue dans son sang «toute
glorieuse, immaculée» (Ep., 5, 26-27 ; 2 Co.,
11, 2), et qui, placée en face de lui «comme
humble servante» (Lc 1, 38, 48), «le regarde
avec respect et soumission» (Ep. 5, 24. 33 ; Col.,
3, 18) .
Le fiat immaculé et illimité de Marie accompagne
l’événement de l’incarnation totale
du Fils de Dieu, c'est-à-dire tous ses mystères
depuis sa conception, sa naissance, sa passion et sa mort,
jusqu’à sa résurrection, son don de
l’Esprit Saint et finalement son Eucharistie qui engendre
son corps ecclésial. La «Comblée de
grâces», Vierge pure et féconde, est
rendue passivement disponible et activement offerte par
l’action prévenante de l’Esprit Saint,
qui fait passer la fécondité divine du Christ
en elle et d’elle en nous. En tous ces mystères
qu’elle épouse et médite en son coeur,
Marie «est désappropriée au profit de
la communauté universelle», «son expérience
elle-même lui est retirée en faveur de l’Église
et des chrétiens : «Voilà ton fils»
.
BEAUTÉ DE L’ÉGLISE – COMMUNION,
PLÉNITUDE D’HUMANITÉ
Au long des siècles l’expérience chrétienne
de la beauté s’est exprimée dans d’innombrables
œuvres d’art d’ordre architectural, pictural
ou musical, mais elle s’est incarnée avant
tout dans la prière et l’action, par des gestes,
des formes de vie, des vocations personnelles et communautaires,
en un mot dans l’Église-communion, dont la
mission est de rendre témoignage de l’Espérance
qui l’habite. Les martyrs et les saints rendent un
tel témoignage par leur fidélité à
la forme archétypique originelle du témoignage
de l’Église . Cette forme originelle est trinitaire,
christologique et mariale : «C’est la gloire
de mon Père que vous portiez beaucoup de fruit et
deveniez mes disciples. Comme le Père m’a aimé,
moi aussi je vous ai aimés. Demeurez dans mon amour»
(Jn 15, 8-9).
Trois moments complémentaires de l’existence
de Marie montrent cette forme en acte et le paradigme nuptial
qui marque les rapports entre Dieu et son peuple : 1) le
fait d’être aimé et d’accueillir
la volonté divine ; 2) l’expérience
de la fécondité dans l’Esprit Saint
; 3) l’accompagnement actif du Verbe incarné
tout au long de sa trajectoire terrestre et de sa vie céleste.
Les saints reproduisent en quelque sorte ce modèle
qui éclaire toute la vie du peuple de Dieu et qui
montre l’impact de la foi sur le sens et la beauté
de l’existence humaine.
La communion aux mystères du Verbe incarné
jette en effet une lumière décisive sur la
beauté et la joie de l’existence humaine. Dieu
au cœur de la vie humaine, la lumière de l’Amour
qui confirme et accomplit l’humanité de l’homme
et de la femme, à l’exemple de la Sainte Famille
de Nazareth. Quelle bonne nouvelle pour notre monde en voie
de déshumanisation ! Qu’il est beau de répondre
à l’appel de l’Amour en chaque état
de vie et d’être ainsi pleinement humain ! Qu’il
est beau d’aimer chrétiennement sans retour
sur soi, d’étudier, de travailler, de se marier,
de se donner à Dieu dans le sacerdoce et la vie consacrée,
de se dévouer pour les pauvres, les malades, les
affligés. Sainte Gianna Beretta Molla confiait à
son mari en feuilletant un magazine de beaux vêtements
à la mode, peu avant son ultime sacrifice, qu’elle
désirait une belle robe, si toutefois elle survivait
à son épreuve. Les saints sont proches des
petites choses de la vie. Le mystère de l’Incarnation
les protège des spiritualités ésotériques.
Car toutes les réalités de la vie humaine
sont illuminées, nourries et transformées
par la présence de Jésus au milieu de nous
et par la splendeur de son mystère eucharistique
: Dieu avec nous, l’Époux qui vient consacrer
toute réalité humaine et tout rassembler dans
l’unité d’un seul Corps et d’un
seul Esprit.
Une des tâches des ME et des NC à l’heure
présente du monde et de l’Église est
d’éduquer, d’éduquer à
une vie authentiquement humaine. Éduquer à
une plénitude d’humanité qui commence
par la famille, qui implique le respect intégral
de la personne et la solidarité avec toute l’humanité
sauvée en Jésus Christ. Que de saints laïcs,
de saints couples et de saintes familles sont requis pour
cette grande mission !
BEAUTÉ À RESTAURER : L’UNITÉ
DES CHRÉTIENS
«Je vous exhorte donc, moi le prisonnier dans le
Seigneur», écrit l’Apôtre Paul
aux Ephésiens, «à vous comporter d’une
manière digne de la vocation que vous avez reçue,
en toute humilité, bonté et patience, vous
supportant les uns les autres avec amour, et cherchant à
garder l’unité de l’Esprit par le lien
de la Paix. Un seul Corps, un seul Esprit…un seul
Seigneur, une seule foi, un seul baptême. Un seul
Dieu Père de tous, qui est au-dessus de tous, qui
agit par tous et est présent en tous» (Eph.
4, 1-6).
C’est pour cette croissance dans l’unité
qu’existent et se développent les ME et les
CN, comme l’a rappelé le Saint Père
Jean Paul II à la Pentecôte de 1998. Œuvrer
dans l’unité pour témoigner du Dieu
Amour qui s’est fait Parole et Sacrement dans l’Église.
Œuvrer à l’unité par le signe de
l’amour mutuel auquel on reconnaît les disciples
de Jésus. Cet amour unit et réconcilie, il
est une tâche et une responsabilité œcuménique,
dans le respect des diversités légitimes et
la repentance pour les blessures causées par la division
des Églises.
Je vous livre un souvenir de la visite d’une délégation
de l’Église grecque orthodoxe à Rome
en mars 2002, la première visite officielle en mille
ans, que j’ai eu le bonheur d’accueillir et
d’accompagner au Vatican pendant une semaine. On ne
pouvait pas prier ensemble, car d’un point de vue
orthodoxe strict, on ne prie pas avec les hérétiques.
Mais après l’audience avec le Saint Père
Jean Paul II, nous sommes allé visiter la magnifique
chapelle Redemptoris Mater, la chapelle de l’unité.
Quand les six membres de la délégation ont
vu et reconnu les saints d’Orient, leurs saints, avec
les saints d’Occident qui encadraient la Mère
de Dieu au centre, ils ont été ravis et ils
se sont mis à chanter avec nous une hymne mariale
que je n’oublierai jamais. Ce fut le sommet de la
visite ! N’est-ce pas une invitation à rechercher
l’unité par la beauté du mouvement œcuménique,
ressourcé à l’école des saints
et d’abord à l’école de Marie,
la Mère de l’unité ?
UNE PÉDAGOGIE DE LA BEAUTÉ : L’EXEMPLE
DES BREBIS DE JÉSUS
Avant de conclure, permettez-moi de récapituler
en donnant un exemple de pédagogie de la beauté
à partir d’un mouvement fondé à
Québec il y a vingt ans et qui se répand maintenant
dans une vingtaine de pays : le mouvement des Brebis de
Jésus, fondé par une religieuse de Saint François,
dont je reproduis ici le témoignage.
«Viens, tu compte pour moi, tu as du prix à
mes yeux et je t’aime»
«Viens ! Au commencement, il y un appel, l’appel
de l’Amour. À chaque réunion, une Brebis
de Jésus s’entend appeler ainsi par son Berger.
Tout origine dans le cœur de Dieu. C’est lui
qui prend l’initiative. Viens ! Il y a là une
invitation. La réponse à cette invitation
fait entrer dans la beauté de l’amour qui l’inspire.
Tu comptes pour moi. Chaque enfant est appelé personnellement
par son nom avec tendresse. Il est connu de Dieu. L’accompagnateur
est invité à prononcer le nom de l’enfant
au nom même du Christ. À chaque fois, il demande
au Christ la grâce suivante : qu’en prononçant
son nom, il puisse faire surgir le meilleur de lui-même.
Qu’il puisse faire naître à ce qu’il
y a d’unique en lui, à son identité
profonde de créature et de fils de Dieu. Chaque enfant
est un «original». La beauté de l’amour
se traduit dans l’unicité.
Tu as du prix à mes yeux, un prix de très
grande valeur, le prix du rachat qui la revêt d’une
splendeur de gloire, d’une merveilleuse beauté.
La Brebis de Jésus est invitée à se
regarder dans le regard même du bon Berger qui a donné
sa vie pour elle. C’est un long cheminement. Il ne
faut pas se surprendre qu’un des fruits des rencontres
soit la conversion de son propre regard sur soi-même.
L’enfant dit : «Je m’aime davantage, j’ai
plus confiance en moi».
Je t’aime. S’ouvrir à l’amour
dont elle est aimée est l’objectif premier
de la pédagogie des Brebis de Jésus. Cette
déclaration d’amour traverse toute la bible
et veut traverser la vie de toute personne.
«Qui regarde vers lui resplendira. Sur son visage,
il n’y aura plus de honte».
Toutes les rencontres de Brebis de Jésus s’appuient
sur la Parole de Dieu, une Parole entendue, accueillie,
partagée, expérimentée. Guidé
par l’Esprit Saint, l’accompagnateur se fait
serviteur de la Parole. Il s’efface devant elle pour
qu’Elle se donne à l’enfant et produise
en lui les fruits du Royaume. C’est une école
du regard, de décentrement de soi-même pour
laisser la lumière d’en haut illuminer le fond
de l’être. L’iconographie veut toujours
traduire la lumière de la résurrection. Ainsi
le baptisé, une Brebis de Jésus, est appelé
à devenir une icône du Christ. C’est
la grandeur et la beauté de sa vocation divine.
Comme elle est belle la Brebis de Jésus toute illuminée
par la lumière de l’amour ! Resplendir cette
lumière est aussi sa responsabilité. Il y
a une étape dans le cheminement qui s’appelle
«être reçu Brebis de lumière».
C’est en même temps une lutte tellement difficile
à mener. Il y a une fidélité personnelle
à vivre pour garder sa lampe allumée. Bien
des obstacles se dressent sur sa route pour éteindre
sa lumière. ‘Tu exerces mes mains pour le combat.
Tu m’entraînes à la bataille’.
Il y a une beauté dans cette lutte. C’est celle
de la fidélité ou de l’infidélité
pardonnée, de l’abandon, de la remiser constante
de soi à Dieu dans la confiance.
Il y a aussi cet engagement à rayonner la lumière,
à la partager, malgré l’épreuve
du chemin. Le chrétien est dans le monde mais n’est
plus de ce monde. Il y a des Brebis de Jésus qui
acceptent avec sérénité de faire rire
de soi à cause de leur fidélité aux
rencontres. Elles disent : «S’ils rient de moi,
c’est parce qu’ils ne connaissent pas Jésus.
S’ils connaissaient l’amour de Jésus,
ils viendraient aux réunions, et ils seraient peut-être
plus fervents que moi». Il y a une beauté dans
ce regard sur l’autre, fait de pardon, de compréhension,
porteur d’espérance. Plusieurs Brebis de Jésus
vivent déjà un mystère de persécution.
Le Christ flagellé et couronné d’épines
est divinement beau. Seul l’amour peut contempler
cette beauté.
Pour les grandes Brebis de Jésus qui persévèrent,
un fil conducteur les guide. Elles entendent battre le Cœur
de l’Agneau qui les invite à Le suivre. Cette
intimité les met en communion profonde avec l’Église,
notre Mère. Elles se cachent en son sein pour être
nourries, pardonnées, vivifiées. Elles ne
jugent pas l’Église, elles l’aiment et
se livrent avec elle. Elles font partie des petits à
qui les mystères du Royaume sont révélés.
Elles ne font pas de bruit mais leur offrande quotidienne
unie à celle du Christ élève le monde
et hâte le retour de Jésus. Elles vivent la
beauté de la vie eucharistique rendue possible par
le sacrifice de l’Agneau».
Voilà ce témoignage des Brebis de Jésus,
pris comme un exemple entre mille, qui recoupe sans doute,
modestement, l’expérience pédagogique
de plusieurs mouvements ecclésiaux et communautés
nouvelles. Toute évangélisation féconde
passe par l’appropriation personnelle et ecclésiale
du Verbe fait chair qui transforme le regard du croyant
sur Dieu, sur autrui et sur soi-même. Cette transformation
réelle commence toujours par une vraie rencontre
de Jésus et par la prière, la prière
personnelle, la prière liturgique, laïque et
monastique, dont la beauté éprouvée
et toujours renouvelée, porte tant de fruits de paix,
de conversion et d’espérance. Une transformation
nourrie surtout de l’Eucharistie, source et sommet
de l’évangélisation et de la vie de
l’Église.
Et la prière ouvre aux pauvres et aux blessés
de la vie, qui deviennent alors plus que les bénéficiaires
de notre charité, mais nos bienfaiteurs et même
nos maîtres, comme en témoigne Jean Vanier.
Les pauvres sont depuis les origines la richesse de l’Église
(Saint Laurent). Ne nous révèlent-ils pas
silencieusement le visage du Crucifié, son appel
à la compassion et le chemin de la première
béatitude ?
«Comme le Père m’a aimé, moi
aussi je vous ai aimés. Demeurez dans mon amour»
(Jn 15, 8-9). Être aimé de Dieu en Jésus,
demeurer dans son amour et porter ainsi beaucoup de fruit
pour la joie de Dieu, voilà la beauté d’être
chrétiens. L’amour de Jésus est donné
en abondance et de façon très variée
aux ME et aux CN, dans la joie de l’Esprit Saint,
pour témoigner ensemble de la beauté du Christ
et de l’Église. Chers amis, par votre réponse
généreuse à l’appel universel
à la sainteté, par votre adhésion ferme
et sereine au Magistère de l’Église
et par votre disponibilité enthousiaste pour évangéliser,
vous êtes un beau et grand signe appelé à
grandir et à se répandre dans le monde entier.
Que vos charismes particuliers se développent dans
l’unité et la paix, avec une vive conscience
que l’amour divin toujours plus grand nous convoque
à un vibrant témoignage qui soit digne de
foi ! J’attends de vous ce témoignage à
Québec, à l’occasion du Congrès
eucharistique international du 15 au 22 juin 2008, auquel
vous êtes tous très cordialement invités.
CONCLUSION
La beauté d’être chrétiens est
une grâce qui découle de la beauté du
Christ et de Marie-Église par le Don du Saint Esprit.
Saint François résumait la grâce de
sa vie par deux mots : Jésus et Marie ! Cette grâce
est aussi une responsabilité, une mission, la mission
d’évangéliser qui devient dans le monde
actuel la priorité des priorités. Évangéliser
en rayonnant la lumière de l’Amour par la prière,
l’action, la passion et aussi par la raison et par
l’art, comme en témoignait si bien Don Luigi
Giussani, de regrettée mémoire. Évangéliser
par le témoignage de foi et par l’exemple d’une
vie pleinement humaine. Évangéliser aussi
dans la persécution et l’épreuve, car
notre maturité chrétienne et apostolique se
mesure à notre disponibilité à souffrir
pour le Nom de Jésus. L’amour n’est pas
qu’un sentiment, il est une Personne, une vision et
un engagement dans un mystère d’Alliance. C’est
pourquoi la beauté d’être chrétiens
culmine toujours et se ressource sans cesse dans le mystère
eucharistique de l’Église.
«Nous sommes incessamment occupés à
transformer et à réformer cette église
d’après les besoins du temps, d’après
les critiques des adversaires et nos propres modèles»,
écrit encore Von Balthasar; «mais ne perdons-nous
pas de vue l’unique modèle parfait, l’archétype
? Ne devrions-nous pas, dans nos réformes, garder
constamment le regard fixé sur Marie, nullement pour
multiplier dans notre église les fêtes, les
dévotions mariales, a fortiori les définitions,
mais simplement pour savoir nous-mêmes ce que sont
en réalité l’Église, l’esprit
ecclésial, le comportement ecclésial ?»
.
Le poste que Dieu a fixé aux chrétiens est
si beau qu’ils ne peuvent pas le déserter,
même s’il leur en coûte de communier à
la passion du Seigneur pour entrer dans sa gloire. Restons
donc au poste, oeuvrons ensemble dans la charité
et l’unité, et pour croître en splendeur
eucharistique, ouvrons-nous encore plus profondément
à l’Esprit Saint afin que sa grâce, donnée
en abondance, soit reversée par l’Église,
Sacrement du Salut, sur l’ensemble de l’humanité.
Comme le dit merveilleusement Saint Basile dans son traité
sur le Saint Esprit, et je conclus avec lui : «De
l’Esprit viennent la prévision de l’avenir,
l’intelligence des mystères, la compréhension
des choses cachées, la distribution des dons spirituels,
la citoyenneté céleste, la danse avec les
anges, la joie sans fin, la demeure en Dieu, la ressemblance
avec Dieu, et le comble de ce que l’on peut désirer
: devenir Dieu» .
Movimenti ecclesiali e nuove comunità nella
missione della Chiesa: priorità e prospettive
(TESTO PROVVISORIO )
+ Angelo Card. Scola, Patriarca di Venezia
1. Inviati dallo Spirito di Gesù Cristo
«Percorrendo le città, trasmettevano loro
le decisioni (tà dógmata) prese dagli apostoli
e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero.
Le comunità intanto si andavano fortificando nella
fede e crescevano di numero ogni giorno. Attraversarono
quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito
Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia
di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia,
ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così,
attraversata la Misia, discesero a Troade» (At 16,
4-8). Con pennellate rapide ma decise san Luca schizza i
tratti essenziali della missione apostolica di Paolo, accompagnato,
in questa fase, da Sila e Timoteo.
Dall’impeto missionario costituivo dell’esistenza
dell’apostolo – il mandato, appunto - vengono
generate le prime comunità dinamicamente presentate
in questo passaggio del capitolo 16 e la cui vita è
descritta dai famosi sommari iniziali del libro degli Atti:
«Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento
(didakē) degli apostoli e nell’unione fraterna
(koinōnía), nella frazione del pane e nelle
preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni
avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano
diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa
in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva
e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano
il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità
di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità
quelli che erano salvati» (At 2, 42-47) .
Ogni realizzazione della vita ecclesiale – come documenta
la storia bimillenaria del popolo di Dio – è
caratterizzata dal permanente riproporsi dell’avvenimento
personale e comunitario dell’incontro con Gesù
Cristo. Per questo sarebbe del tutto illusorio riflettere
insieme, seppur sommariamente, su priorità e prospettive
dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità nella
missione della Chiesa, senza chinarsi ancora una volta sui
lineamenti costitutivi delle comunità cristiane all’opera
nella storia.
a) Il protagonista: lo Spirito di Gesù Cristo
Protagonista indiscusso della nascita e della missione della
Chiesa - il racconto di san Luca lo ribadisce continuamente
- è lo Spirito Santo, che è sempre lo Spirito
di Gesù Cristo . Il Concilio Vaticano II, richiamando
una potente analogia coniata dai Padri della Chiesa, riprende
con forza e sviluppa quest’insegnamento: «perché
poi ci rinnovassimo continuamente in lui (cfr. Ef 4,23),
ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale, unico e
identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo
vita, unità e moto, così che i santi Padri
poterono paragonare la sua funzione con quella che il principio
vitale, cioè l'anima, esercita nel corpo umano»
.
Infatti il Signore Gesù edifica la Chiesa, Sua Sposa,
per opera dello Spirito Santo che a partire da Maria, icona
della Chiesa tutta, rende possibile l’annuncio del
Vangelo, la grazia della fede e la generazione sacramentale
della nuova creatura. Lo Spirito di Gesù è
il dono per eccellenza che, immettendoci nella comunione
di amore tra il Padre e il Figlio, ci rende partecipi della
vita stessa di Dio . La Chiesa, scrive san Cipriano, è
il «popolo che deriva la sua unità dall'unità
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» .
Concretamente questa vita donata dallo Spirito ai cristiani
si manifesta attraverso la testimonianza personale e comunitaria.
I fedeli possono invitare gli uomini e le donne di ogni
tempo all’incontro con il Risorto nella comunità
ecclesiale: «Venite e vedrete» (Gv 1, 39). In
tal modo alla libertà di ogni singolo, sempre storicamente
situata, è assicurata la possibilità, per
opera dello Spirito, di incontrare il Risorto, accogliere
la grazia della fede ed il dono della salvezza.
È significativo che, nel racconto di san Luca, l’insegnamento
degli apostoli – il testo greco di At 16, 4 usa il
termine dógmata (decisioni), che rimanda all’imprescindibile
contenuto veritativo di questo insegnamento – sia
connesso alla loro chiamata ad andare di città in
città, in tutto il mondo. Viene qui messa in evidenza
la doppia dimensione dell’apostolicità, cioè
della missione . Essa è sempre ed inscindibilmente
apostolicità di dottrina e di invio. Ad essa ha fatto
riferimento nel Convegno Mondiale dei Movimenti Ecclesiali
del 27-29 maggio 1998 l’allora Cardinal Joseph Ratzinger
quando affermò che l’esistenza dei movimenti
ha favorito un approfondimento dell’apostolicità
della Chiesa . Non a caso il papato, garante ultimo dell’apostolicità,
ha sempre mostrato lungo la storia particolare cura per
queste nuove realtà, ai fini di mantenere le Chiese
locali «ad immagine della Chiesa universale»
.
Un’attenta cristologia pneumatologica consente di
comprendere in che modo la cosiddetta stagione dei movimenti
ha offerto a tutta la Chiesa una miglior autocoscienza della
propria apostolicità. Un elemento portante del magistero
di Giovanni Paolo II circa i movimenti documenta la bontà
di quest’affermazione: «Più volte ho
avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia
contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale
e la dimensione carismatica, di cui i Movimenti sono un'espressione
significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione
divina della Chiesa fondata da Gesù, perché
concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo
e la sua opera salvifica nel mondo» .
b) La co-essenzialità di dimensione istituzionale
e dimensione carismatica
La genesi della Chiesa, come ben ci mostrano i Vangeli e
gli Atti, sta nel gratuito incontro personale con Gesù
Cristo che affascina l’uomo al punto da deciderlo
ad una sequela radicale. Ne scaturisce una esperienza di
amore per Cristo e per i fratelli carica di una bellezza
che urge alla missione, la quale, in ultima analisi, sfocia
sempre nell’invito al “vieni e vedrai”.
Si capisce allora perché della Chiesa si debba parlare
in prima e non in terza persona. La domanda ecclesiologica,
adeguatamente posta, suona così: Chi è la
Chiesa? E non già: Cos’è la Chiesa?
.
Infatti l’iniziativa dello Spirito di Cristo chiama
in causa la libertà del singolo e chiede la sua personale
testimonianza . Possiamo immaginare la Chiesa come un’ellisse
, i cui due poli sono: a) lo Spirito di Gesù che
viene incontro e chiama; b) la libertà dell’uomo
ad aderire. Le celebri parole di Ireneo identificano con
chiarezza questo dinamismo pneumatologico della Chiesa:
«In ecclesia posuit Deus (...) universam operationem
Spiritus (…) Ubi enim Ecclesia, ibi et Spiritus Dei;
et ubi Spiritus Dei, illic Ecclesia et omnis gratia»
.
Ritornando ai due passaggi del libro degli Atti (16, 4-8
e 2, 42-47) che danno preciso conto di chi è la Chiesa
nascente, che cosa vi troviamo? Oltre all’insegnamento
degli apostoli, essi fanno riferimento alla koinōnía
che sgorga dall’Eucaristia (frazione del pane) e dalla
preghiera costante.
Il racconto dell’istituzione eucaristica (riportato
nei Sinottici – cfr. Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc
22, 14-20 – e magistralmente proposto da Paolo in
1Cor 11, 23-26) mostra come in concreto si attua l’incontro,
nello Spirito, tra Gesù Cristo e la libertà
della persona. «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore
– scrive Paolo – quello che a mia volta vi ho
trasmesso» (1Cor 11, 23). Nell’Eucaristia gli
apostoli trasmettono autorevolmente, in quanto testimoni
diretti, l’insegnamento ricevuto da Gesù invitando
uomini e donne alla koinōnía che implica
la tendenza libera e gioiosa a mettere in comune la propria
esistenza a partire dalla preghiera per arrivare fino ad
aspetti non trascurabili della vita materiale.
Il dinamismo sinteticamente descritto è il nucleo
costitutivo di ciò che in sana dottrina si chiama
Traditio . Nella Catechesi dell’Udienza Generale del
10 maggio u.s. Papa Benedetto XVI ha efficacemente ricordato
che questa Traditio «è la presenza permanente
della parola e della vita di Gesù nel suo popolo».
La Traditio pertanto, alla luce del libro degli Atti e dei
racconti dell’istituzione eucaristica, si rivela come
l’unità organica di un dinamismo permanente
di natura ultimamente sacramentale (per questo oggettivo
ed istituzionale) e di una dimensione personale (perciò
non semplicemente individuale, ma sempre, in qualche modo,
comunitaria) pure, in se stessa, permanente, ma le cui forme
variano (dimensione carismatica legata al soggetto). Lo
Spirito con la sua grazia le promuove entrambe. Con la prima
garantisce l’oggettività della Tradizione ecclesiale,
con la seconda ne favorisce la persuasività per il
soggetto che la incontra e vi partecipa. Da una parte con
i doni sacramentali ed istituzionali assicura permanentemente
la presenza stabile della persona di Gesù Cristo;
dall’altra, non lasciando mai mancare la dimensione
carismatica mostra che Gesù muove persuasivamente
la libertà dell’uomo nella varietà delle
sue aspirazioni e nella pluriformità delle condizioni
storico-culturali in cui egli vive . L’unica Traditio
mediante il sacramento, la Parola e il regimen communionis
assicura che lo stesso Gesù Cristo è annunciato
a Calcutta, a Roma o a Douala; attraverso la pluriformità
dei doni carismatici – ad esempio il carisma di Francesco
piuttosto che quello di Domenico – persuade uomini
dalle più diverse sensibilità.
L’affermazione del Santo Padre Benedetto XVI ben esprime
il modo con cui lo Spirito del Risorto opera ed assicura
la permanenza della presenza della parola e della vita di
Gesù (dimensione sacramentale-istituzionale) in favore
della vita del popolo di Dio guidato e sostenuto dallo stesso
Spirito (dimensione carismatica). L’insegnamento di
Giovanni Paolo II circa la co-essenzialità di dimensione
istituzionale e dimensione carismatica costituisce un prezioso
approfondimento della dottrina del Concilio Vaticano II
- contenuta nella costituzione Dei Verbum – circa
la “crescita” della Tradizione apostolica mediante
l’assistenza dello Spirito Santo .
In proposito è importante notare che quando si parla
di co-essenzialità di dimensione istituzionale e
dimensione carismatica non si deve in alcun modo pensare
a “due componenti” dalla cui sintesi dialettica
scaturirebbe la realtà della Chiesa. La parola co-essenzialità
indica, al contrario, l’unità duale propria
dell’evento Chiesa in quanto tale: la Chiesa è
sempre e in modo insuperabile l’evento ellittico (due
fuochi, ma una sola ellisse!) di incontro tra la grazia
di Cristo e la libertà dell’uomo che lo Spirito
del Risorto assicura nella storia. Questo significa che
quella istituzionale e quella carismatica sono dimensioni
di ogni realizzazione della Chiesa: dalla Chiesa universale
a quella locale, dalla diocesi alle parrocchie e dalle classiche
aggregazioni di fedeli fino ai movimenti ecclesiali e alle
nuove comunità. Ognuna di queste realtà, secondo
la propria specifica natura, vive delle due dimensioni.
È quindi pretestuoso, e alla fine errato, ridurre
i movimenti nell’ambito della pura dimensione carismatica
e relegare diocesi, parrocchie e aggregazioni classiche
a quella istituzionale. Entrambe le dimensioni, con diverse
gradazioni, sono costitutive di ciascuna e di tutte queste
realtà .
Riconoscere, almeno in linea di principio , nella vita e
nell’auto-coscienza della Chiesa, il dato della co-essenzialità
della dimensione istituzionale e di quella carismatica significa
far emergere con più chiarezza il chi della realtà
ecclesiale. Si vede meglio il nesso antropologia ed ecclesiologia.
Se ce ne fosse il tempo potremmo contemplare in proposito
il mistero di Maria. È la prospettiva da cui Balthasar
definisce la Chiesa come «l’unità di
coloro che, schieratisi intorno al Sì immacolato
di Maria (…) e in questo Sì formati, sono disposti
e pronti a fare in modo che abbia a realizzarsi la volontà
di salvezza di Dio su loro stessi e su tutti i fratelli»
.
Superate le tentazioni derivanti dalla contrapposizione
e dalla mera giustapposizione tra dimensione carismatica
e dimensione istituzionale sarebbe ora necessario approfondire
maggiormente la loro co-essenzialità in chiave sacramentale.
Ciò consentirebbe di illuminare come l’avvenimento
cristiano permane nella storia implicando la libertà
dell’uomo . Giovanni Paolo II ha aperto questo fronte
parlando di ratio sacramentalis della Rivelazione e di forma
eucaristica dell’esistenza cristiana .
c) Due corollari di natura pastorale
Prima di passare alla seconda parte della nostra riflessione
mi permetto di formulare qualche rilievo di carattere pastorale.
Abbiamo già detto che la vita dei movimenti e delle
nuove comunità ha favorito la consapevolezza della
natura della Chiesa come evento donato alla libertà
di ogni uomo. Nati perché un carisma donato personalmente
ad un fedele diventa principio educativo ed aggregativo
di altri fedeli cristiani (movimento), essi continuano a
rivelare la persuasività dell’evento cristiano.
Testimoniano la possibilità del permanere del carattere
originario di evento proprio dell’incontro con Cristo,
inesauribile fonte di bellezza per la libertà umana.
Non si appartiene alla Chiesa per puro dovere o per pura
inerzia sociale, ma perché si riconosce nel Risorto
Colui che ha la capacità di mobilitare dal di dentro
la persona affinché si decida al dono totale di sé,
cioè all’amore. La sequela del carisma consente
di riscoprire l’oggettività del proprio Battesimo,
che ci incorpora a Cristo e ci fa diventare membra gli uni
degli altri (cfr. 1Cor 12,12ss; Rm 12, 4-5). Il nostro essere
uomini si compie, per grazia dello Spirito, nell’accoglienza
del dono gratuito dell’incontro con Gesù Crocifisso
e Risorto che ci invita a seguirLo nell’eucaristica
comunità cristiana. Nello stesso tempo la realtà
del movimento o nuova comunità rivela che la dimensione
istituzionale è altrettanto co-essenziale ed è
intrinseca al movimento stesso. Infatti proprio in forza
della dimensione istituzionale, ultimamente garantita dai
Vescovi in comunione con il Successore di Pietro, è
possibile riconoscere che questo o quell’altro movimento
costituiscono un’autentica esperienza di Chiesa. Da
qui la necessità di non estinguere i carismi, ma
anche quella di un loro adeguato discernimento.
In quest’ottica si possono evitare fastidiosi unilateralismi.
In primo luogo mi riferisco ad una interpretazione schematica
della celebre affermazione di Giovanni Paolo II: «la
Chiesa stessa è un movimento» . Essa ha condotto
talora a considerare nella pratica le forme specifiche della
propria esperienza di movimento come criterio di validità
su cui misurare tutte le altre aggregazioni di fedeli, parrocchie
e diocesi comprese. Se la dimensione carismatica è
coessenziale e non derivata, oggettivamente chi incontra
un movimento autenticamente ecclesiale vi compie un’esperienza
integrale di Chiesa. Tuttavia la natura sempre contingente
del carisma di fondazione, e ancor più del movimento
che ne deriva, deve mettere in guardia dal rischio, anche
indiretto, di imporli come modelli per l’intera vita
della Chiesa. Un’espressione dannosa di questo rischio
può derivare dal tentativo, apparentemente generoso,
di creare, di fatto o di diritto, un organismo generale
di coordinamento tra nuovi movimenti come se il problema
della maturità ecclesiale, di cui parlava Giovanni
Paolo II , potesse essere risolto dall’organizzare
unitariamente i nuovi movimenti attraverso piani operativi
per poi interloquire con le diocesi, le parrocchie e le
aggregazioni classiche di fedeli.
Una seconda considerazione è relativa alle modalità
riduttive e parziali, ancora assai diffuse, di proporre
la formazione, la spiritualità e le conseguenze etiche
connesse all’esperienza cristiana. Come si evince
dall’enciclica Deus caritas est questi decisivi elementi
conseguono obiettivamente all’avvenimento dell’incontro
con la persona di Gesù Cristo . È questo avvenimento
che, in forza della grazia della fede, chiama la libertà
del cristiano, sorpresa dallo splendore del Risorto, alla
sequela. Quelle enucleate sono conseguenze necessarie, da
cui non si può assolutamente prescindere; ma sono
appunto conseguenze. Nessuno può illudersi che siano
in grado di “produrre” direttamente l’esperienza
cristiana. In effetti, il cristianesimo, come ogni autentico
evento, si comunica solo attraverso un altro evento, che
non è mai riducibile alle sue conseguenze. In questo
senso nessuna “strategia pastorale” può
di per sé generare il popolo santo di Dio.
In particolare i pastori debbono resistere alla tentazione,
comprensibilmente indotta da gravi urgenze pastorali, di
concepire i movimenti come mera “forza lavoro”.
Coloro cui è stato dato il compito di reggere il
popolo di Dio ed ai quali spetta l’autorevole missione
del discernimento, sono chiamati a saper riconoscere la
libertà dell’azione dello Spirito Santo (cfr.
At 10,1-11,18), senza voler imporre piani né programmi
pastorali così rigidi da risultare mortificanti per
i diversi carismi . D’altra parte deve essere premura
dei movimenti assumere con la loro propria specificità
la proposta pastorale del vescovo.
Queste avvertenze, a prima vista fin troppo specifiche,
sono in realtà significative modalità di attuazione
del principio metodologico della communio, autorevolmente
proposto dall’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei
Vescovi del 1985 in occasione del ventennale della chiusura
del Concilio Vaticano II: la varietà e la pluriformità
nell’unità .
2. La missione nel Terzo Millennio
Con potente lungimiranza Giovanni Paolo II ha ricordato
a tutta la Chiesa al n. 29 della Lettera Apostolica Novo
Millennio Ineunte: «Non si tratta, allora, di inventare
un “nuovo programma”. Il programma c’è
già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo
e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi,
in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere
in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia
fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È
un programma che non cambia col variare dei tempi e delle
culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto
per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo
programma di sempre è il nostro per il terzo millennio».
In quest’ottica, che intende rispettare la natura
di evento propria della Rivelazione, parlare di prospettive
e priorità significa indicare le condizioni essenziali
cui movimenti e nuove comunità debbono restar fedeli
se vogliono che l’origine gratuita della loro esperienza
diventi sorgente permanente della libera adesione di ogni
loro membro all’incontro con il Signore e strada grata
per la missione ai nostri fratelli uomini.
a) Un soggetto ecclesiale personale e comunitario
La prima di queste condizioni, di gran lunga la più
urgente, è il porsi del “soggetto ecclesiale”
personale e comunitario, luogo del «venite e vedrete»
(Gv 1, 39), cioè della proposta viva del fascino
di Gesù Cristo per qualunque uomo. Riemerge qui la
portata pneumatologica, ecclesiologica ed antropologica
di quanto detto circa la coessenzialità della dimensione
carismatica e di quella istituzionale, che permette l’incontro
persuasivo fra la bellezza di Cristo e la singola persona.
Anzitutto occorrono persone e comunità tese a testimoniare
la rilevanza dell’incontro con Cristo - nel dono dello
Spirito - per l’esperienza elementare di ogni uomo.
Basta pensare agli incontri di Gesù descritti nei
Vangeli (Zaccheo: Lc 19, 1-10; la Samaritana: Gv 4, 1-42),
che si prolungano poi in quelli degli apostoli narrati dagli
Atti (At 3, 1-10; 8, 26-40; 9- 10-19). I carismi, soprattutto
quelli di fondazione che vengono partecipati da migliaia
di persone nei vari movimenti e comunità, mostrano
così loro fecondità nella misura in cui concorrono
efficacemente a rendere reperibile Gesù Cristo oggi.
Illuminante in proposito è risalire dalla descrizione
della comunità primitiva, più volte richiamata
(cfr. Att 2 e 16), alla genesi del soggetto personale e
comunitario descritta dai Santi Vangeli. Nel Vangeli incontriamo
Gesù che, dopo i trent’anni di permanenza silenziosa
a Nazareth, per ben due anni – sono i sinottici a
darcene precisa documentazione – si limita ad annunciare
il Regno tra Cafarnao, dove prende dimora presso Pietro,
Corazim e Betsaida (cfr. Mt 11, 20-23) – un territorio
di pochi chilometri quadrati – chiamando all’amicizia
con Sé Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo… (cfr.
Lc 5, 1-11). Ogni sabato, da buon ebreo, si recava in sinagoga
come segno inequivocabile del primato di Dio nella sua vita.
Lì leggeva la Parola di Dio, pregava con i Salmi
(cfr. Lc 4, 16-27). Lì gradualmente inserì
la proposta del regno per cui il Padre Lo aveva inviato.
Con tutta probabilità il pomeriggio dello stesso
sabato, secondo l’usanza giudaica, Gesù lo
passava nelle case dei suoi e discorreva con loro (cfr.
Mc 4, 10ss). Sono sempre i Vangeli, con i loro logia, a
darcene testimonianza. Poi, man mano che cresceva l’interesse,
Egli parlava, soprattutto in parabole (cfr. Mt 13, 1-51),
alla gente che sempre più numerosa accorreva per
ascoltarlo. Questo fu in concreto l’inizio delle Sua
missione. Di cosa si tratta? Del prendersi cura di una trama
di amici, liberi e coscienti. Uomini e donne che in Lui
trovavano il proprio centro affettivo. In seguito, dopo
due anni, Gesù è sostanzialmente costretto
all’esilio, al di là del lago; e da lì,
con la cerchia più ristretta dei suoi, si spinge
su fino a Tiro e a Sidone (cfr. Mt 15, 21). Per sei mesi
il soggetto comunitario suscitato dall’incontro con
il Maestro infittisce il rapporto con Lui. Stanno insieme
ventiquattro ore su ventiquattro: così cresce e si
consolida la loro koinōnía. Infine in altri
sei mesi, dopo «aver deciso fermamente» (cfr.
Lc 9, 51: ipse faciem suam firmavit!), li porta con Sé
a Gerusalemme (cfr. Mc 10, 1; Mt 19, 1; Lc 9, 51) dove la
Sua missione si compie tragicamente, ma dove eucaristicamente
il soggetto ecclesiale prende la forma definitiva che giunge
fino a noi, proprio in forza di quei fatti (passione, morte
e risurrezione), base dell’evento che per grazia anche
oggi gli uomini incontrano, se un soggetto trasformato dallo
Spirito di Cristo lo propone loro come evento.
Diventa in tal modo “comprensibile e praticabile”
ai fedeli l’esperienza che «Cristo, che è
il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e
del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso
e gli manifesta la sua altissima vocazione» . Porre
il soggetto, ad un tempo personale e comunitario, è
la priorità: fondamentale per tutta la Chiesa. Questo
hanno saputo indicare persuasivamente tutti i movimenti
e le nuove comunità. Questa deve essere pertanto
la loro assoluta priorità. Sarà come per i
primi apostoli, strada concreta per vivere le dimensioni
del mondo (evangelizzazione ed inculturazione).
Questa “cura” del soggetto, che scaturisce dalla
coessenzialità di dimensione carismatica e dimensione
istituzionale, permette di recuperare concretamente il dato
elementare, oggi spesso smarrito, che la vita è,
in se stessa, vocazione. Ogni circostanza, ogni rapporto,
altro non sono che il quasi-sacramento mediante il quale
lo Spirito di Gesù chiama il cristiano a coinvolgersi
col disegno del Padre che conduce la storia di ogni persona
e di tutta la famiglia umana. La vita come vocazione precede
la vocazione ad uno specifico stato di vita. Ogni autentico
carisma, infatti, risulta persuasivo non perché “aggiunge
qualcosa” ai normali contenuti dell’esistenza,
ma perché rende consapevoli di come il mistero di
Dio, che in Gesù Cristo si è piegato sull’umana
condizione, si fa presente attraverso la normalità
dell’esistenza in quanto tale svelandone il carattere
di vocazione. In ogni istante il Deus Trinitas si offre
a noi e ci chiama a fare sì che tutta la nostra vita
sia una logikē latreía (Rm 12, 1), un culto
ragionevole (spirituale) gradito a Dio. Il valore del Battesimo
(cfr. 1Pt 3, 21) e la forma eucaristica della vita cristiana
brillano qui in pienezza. Il cristiano è chiamato
(vocazione) attraverso tutte le circostanze della vita ad
assumere il compito (missione) di dilatare, mediante il
dono di sé, il regno di Dio, senso ultimo della storia
e di ogni storia, già realizzatosi nella storia singolare
di Cristo e non ancora manifestatosi pienamente nella storia
di ognuno, ma presente come caparra nel mistero della Chiesa.
Conviene, a questo punto, richiamare con forza un dato oggi
gravemente trascurato. La coscienza che la vita è
vocazione richiede che il fedele sia stabilmente educato
al pensiero di Cristo (1Cor 2, 16). Infatti, se non si vuole
“dare per scontato” il soggetto dell’azione
missionaria, ogni comunità cristiana è tenuta
a promuovere una permanente educazione alla fede intesa
come criterio vitale con cui affrontare tutta la realtà.
Nella vita del cristiano il paolino «esaminate ogni
cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5,
21) perché «tutto è vostro! Ma voi siete
di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3, 22-23)
non può essere un dato automatico, ma richiede un
organico lavoro di educazione (cfr. Gv 6, 45). A documentarcelo
sono, ancora una volta, le prime comunità cristiane:
l’annuncio del Vangelo vissuto nell’Eucaristia
e testimoniato nella vita domanda l’immedesimazione
accurata con la fede intesa come abbandono a Cristo (fides
qua) e professione della sua verità (fides quae):
«Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento
degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione
del pane e nelle preghiere» (At 2, 42).
Dato che Gesù Cristo è la Verità vivente
e personale – la Rivelazione non ha anzitutto la forma
di un discorso, ma di una persona - è impossibile
separare, nell’educazione cristiana, “ciò”
che Gesù insegna da “come” lo insegna.
Il pensiero di Cristo è indisgiungibilmente esperienza
e logos. La genesi della comunità apostolica, brevemente
richiamata, mostra che per poter assimilare la verità
che Egli propone è necessario coinvolgersi in un
rapporto stabile con Lui ed i fratelli. Seguire Gesù
è la strada per poter entrare nel contenuto vivo
e presente della Rivelazione. Così i diversi movimenti
e comunità ecclesiali, animati dallo Spirito, saranno
luoghi di sequela ecclesiale se renderanno possibile e praticabile
l’educazione permanente al pensiero di Cristo (1Cor
2, 16) che sgorga dall’idem sapite, dal tò
autò phroneite (2Cor 13, 11) di cui parla Paolo.
b) Un soggetto chiamato ad autoesporsi: la testimonianza
cristiana
La seconda condizione che diventa priorità e prospettiva
per la missione ecclesiale dei movimenti e delle nuove comunità
è intrinseca alla natura e all’esistenza del
soggetto ecclesiale personale e comunitario. Il soggetto
cristiano è chiamato a rendere testimonianza all’evento
incontrato, cioè ad autoesporsi nella sequela di
Gesù Cristo sulle tracce del carisma partecipato
ed oggettivamente garantito dall’autorità.
Per inciso conviene richiamare che questa è la strada
maestra suggerita dal concludersi della parabola della cosiddetta
teologia del laicato nel binomio vocazione-missione .
Da dove in concreto hanno origine le comunità primitive
cui abbiamo fatto riferimento? Dagli Apostoli avvinti dalla
potenza dello Spirito del Risorto che, in piena comunione
con Sua Madre e tra loro, da cristiani spaventati sono,
per grazia, trasformati in testimoni fino all’offerta
totale di sé. Un’imponente metamorfosi che
era stata promessa da Gesù: «mi sarete testimoni»
(cfr. Lc 24, 48; At 1, 8), «andate dunque e ammaestrate
tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del
Figlio dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Il Vangelo
di Giovanni descrive la grazia profonda di questa straordinaria
novità sperimentata dai pescatori di Galilea, che
documenta la genesi pneumatologica della Chiesa: «perché
ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro
cuore (…) è bene per voi che io me ne vada,
perché, se non me ne vado, non verrà a voi
il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo
manderò. E quando sarà venuto, Egli convincerà
il mondo» (Gv 16, 6-8). L’apostolo non è
tale finché lo Spirito del Risorto non lo manda,
non fa di lui il testimone. L’etimologia più
probabile di questo vocabolo lo fa derivare da ter-stis,
il terzo che sta tra i due. Tutti i Suoi (dai primi su su
fino a noi) sono il terzo che sta tra Lui ed il nostro fratello
uomo che - magari senza saperlo, forse addirittura bestemmiandolo
- anela alla Sua salvezza.
La testimonianza è, alla fine, la gioiosa garanzia
di una vita buona trasformata dal fascino di Gesù.
Essa muove la persona e la comunità ad obbedire a
ciò che la Provvidenza gli chiede qui ed ora. Infatti
è della natura di ogni movimento, in quanto realizzazione
della Chiesa, essere una costante “pro-vocazione”
alla persona in vista della propria maturità personale
ed ecclesiale. Una comunità non sostituisce mai la
persona, ma la urge alla maturità fino alla sua figura
adulta e compiuta. La spinge alla responsabilità
nei confronti del dono della fede che ha incontrato o che
è stato risvegliato nell’incontro da un carisma
persuasivo.
Come si declina questa chiamata personale e comunitaria
ad auto-esporsi?
A livello personale possiamo descriverla, nella sua dinamica
interna, almeno con due tratti. Da una parte auto-esposizione
significa permanente docilità a quanto lo Spirito
opera nella vita della Chiesa e nel mondo. Dall’altra
significa assunzione di uno stabile stile testimoniale di
vita a partire dalla propria comunità cristiana fin
dentro ogni ambito dell’umana esistenza. Sono due
dimensioni che si richiamano l’un l’altra e
non si possono mai separare: non c’è possibilità
di testimonianza se non nasce dalla docilità all’opera
dello Spirito che rende testimonianza in noi, perché
anche noi possiamo testimoniare al mondo (cfr. Gv 15, 26-27).
Questa urgenza di auto-esposizione personale si giocherà
inevitabilmente a partire dallo specifico stato di vita.
Il modo con cui un fedele laico sposato, partecipando al
carisma incontrato, si esprimerà concretamente nella
vita della Chiesa e nella società, non sarà
identico a quello di quanti seguono Gesù nella verginità
consacrata. Quello di un sacerdote appartenente ad una società
di vita apostolica o a forme analoghe nate dall’esperienza
di un movimento non sarà lo stesso di quello di un
sacerdote diocesano che pur partecipa dello stesso carisma.
Ancor diversa sarà la sequela di un carisma per quanti
appartengono a famiglie monastiche, a congregazioni ed ordini
religiosi o ad istituti secolari. Sono aspetti non secondari
su cui molti movimenti e nuove comunità vanno riflettendo
e in merito ai quali la testimonianza chiede anche il coraggio
del de iure condendo .
La testimonianza come urgenza intrinseca all’autenticità
di ogni carisma è esigita in modo radicale dall’inevitabile
trapasso dei fondatori di movimenti e nuove comunità.
In questo caso, per assicurare la fedeltà al carisma
stesso, è decisiva anzitutto l’auto-esposizione
di coloro che hanno incontrato il carisma, e questo vale
in modo del tutto particolare per coloro che hanno ricevuto
la missione di continuare la guida delle comunità
quali successori dei fondatori. Nel rischio della testimonianza
personale si diventa sempre più figli e, quindi,
fedeli alla grazia ricevuta: figli e non semplici imitatori.
Se consideriamo ora l'auto-esposizione della comunità
in quanto tale, mi preme indicare due criteri fondamentali.
Parlando di priorità e prospettive occorre evitare
il grave rischio di indebite omologazioni. Per la missione
dei movimenti e delle nuove comunità non esiste un’unica
strada che tutte queste realtà debbano percorrere.
Senza questa avvertenza si ricadrebbe nella tentazione di
voler catturare movimenti e nuove comunità nelle
maglie del “già noto”, facendo loro perdere
la provvidenziale e provocante diversità cui lo Spirito
li chiama. In linea di principio non si deve precludere
allo Spirito la più grande varietà di configurazioni
testimoniali, purché si resti dentro l’oggettivo
alveo del regimen communionis della Chiesa . Questo indica,
tra l’altro, che è maturo il tempo di riconoscere
che l’azione e la riflessione sulla missione dei nuovi
movimenti nella Chiesa non può più essere
ritenuta un capitolo a sé stante, ma deve necessariamente
svolgersi, all’interno della Chiesa universale e delle
Chiese particolari, nella comune sinfonia di tutte le aggregazioni
di fedeli, incluse quelle classiche.
Questo – ed è il secondo rilievo – impone
il coraggio e la pazienza di sapere reperire nuove forme.
Anche a questo proposito la fisionomia giuridica di ogni
singolo movimento dovrà essere guadagnata passo passo
nella storia concreta di auto-esposizione di ogni realtà
all’interno della vita della Chiesa.
Se prestiamo attenzione alla vicenda concreta dei diversi
movimenti e comunità mi sembrano emergere –
è una lettura del tutto personale - due tendenze
che non sono in alternativa, anche se esprimono diversi
orientamenti .
Da una parte in talune di queste realtà si sviluppa
la coscienza che la sequela del carisma intende semplicemente
esprimere una modalità persuasiva della normale appartenenza
alla Chiesa. Simili movimenti vogliono educare alla “logica
sacramentale” propria dell’esistenza cristiana
in quanto tale. Essa consente di affrontare le condizioni
di vita comuni a tutti i fedeli senza enfatizzare forme
ed organismi specifici di impegno, di testimonianza e di
organizzazione. Un simile orientamento favorisce una concezione
ed una pratica di movimento inteso come luogo di fraternità
e amicizia cristiana capace di assumere con agilità
le istanze proprie di ogni luogo e tempo. L’accurata
vigilanza circa un’intensa comunione ed una generosa
missione aiuterà la fedeltà stabile al carisma
e la sua destinazione alla missione della Chiesa. Questo
atteggiamento di forte autoesposizione può trovare
sostegno in forme giuridicamente appropriate, o già
esistenti o da reperire.
Mi sembra, però, di poter rilevare nei fatti anche
un altro orientamento. Quello di concepire l’appartenenza
al movimento o alla comunità, luoghi persuasivi di
vita cristiana, in analogia con forme monastiche e di ordini
e congregazioni religiose all’ombra delle quali molte
nuove comunità sono nate. Questa scelta può
favorire una precisione di proposta ed un’attenta
sequela del cammino dei singoli aderenti. Proprio sulla
scorta della plurisecolare esperienza delle forme monastiche
e religiose, queste realtà dovranno cercare forme
giuridiche appropriate per le mutue relazioni con le realizzazioni
ordinarie della vita ecclesiale.
c) Un soggetto testimone nel mondo
Come ci ha ricordato Benedetto XVI esiste un’obbiettiva
corrispondenza tra la bellezza dell’incontro con Cristo,
in forza del dono dello Spirito, e la gioia di comunicarlo
. La missione non è anzitutto un’attività
specifica, ulteriore rispetto alla vita quotidiana. Al contrario
in forza della “logica sacramentale” della Rivelazione,
ogni circostanza e rapporto è quasi-sacramento dell’incontro
con Cristo. La persona stessa, affascinata dalla bellezza
dell’incontro con Cristo in forza di un carisma persuasivo,
comunica, piena di gioia, questa bellezza nella trama quotidiana
dell’esistenza - affetti, lavoro e riposo - dove avviene
il dia-logo di salvezza con il Risorto. Qui sta la radice
dell’essenzialità e dell’universalità
della missione cristiana . La missione ecclesiale non ha,
come sappiano, altri confini che quelli del mondo: «il
campo è il mondo» (Mt 13, 38). La missione
è propria di tutti i chiamati cioè, potenzialmente,
di tutti gli uomini.
Ancora una volta potremmo descrivere i tratti di questo
vivere in favore del mondo (propter nos et propter nostram
salutem) riferendoci agli Atti degli Apostoli. Basti richiamare
la tensione libera a mettere in comune beni materiali e
spirituali (cfr. At 4, 32-37), praticando la koinōnía
come concreto principio di organizzazione dell’esistenza.
O riferirsi a Paolo che fermandosi a Corinto, lavora come
fabbricatore di tende (cfr. At 18, 1-4), o allo stesso che
riceve amici in casa, prigioniero a Roma, vivendo così
secondo uno stile singolare il suo “riposo”
(cfr. At 28, 16-22). O ancora al carceriere di Filippi che,
passato il momento di grave turbamento, si fa battezzare,
fa salire Paolo e Sila in casa, apparecchia la tavola…
e si ritrova «pieno di gioia insieme a tutti i suoi
per aver creduto in Dio» (cfr. At 16, 27-34). Veramente
ogni circostanza della vita e in essa ogni rapporto –
circostanze e rapporti formano infatti la trama di cui è
intessuta la realtà – sono il luogo dell’annuncio
testimoniale di Gesù Cristo da parte del soggetto
ecclesiale personale e comunitario.
Parlando di missione oggi si deve avere il coraggio di riconoscere
che, per il grande travaglio in cui versa l’uomo post-moderno,
è decisivo mostrare come l’evento di Gesù
Cristo intercetti concretamente l’anelito di libertà
e di felicità inscritto in ogni uomo ma avvertito
in modo singolarmente acuto dai nostri contemporanei. Ciò
deve giungere fino a mostrare le implicazioni antropologiche
e sociali della novità di vita generata dal Battesimo
e resa affascinante dalla sequela del carisma partecipato
nella vita della Chiesa . Siamo chiamati a mostrare che
non è vera la terribile accusa del poeta Eliot: «Il
genere umano / non può sopportare troppa realtà»
.
Quando parlo di urgenze antropologiche mi riferisco alle
modalità concrete con cui la forza dei movimenti
educa a vivere gli affetti e ad affrontare l’esperienza
esaltante dell’amore sponsale e verginale, che è
sempre fecondo. Rendere visibile nel mondo la possibilità
di amare per sempre ed in modo esclusivo nel matrimonio
e quella di generare ed educare figli costituisce una strada
decisiva per ridare speranza ai nostri fratelli uomini.
Quella speranza di cui sono segno privilegiato ed escatologico
coloro che sono stati chiamati a seguire Gesù Cristo
attraverso la professione dei consigli evangelici o attraverso
il sacramento dell’Ordine.
Sul piano sociale urge proporre concretamente una nuova
civiltà dal volto umano, fatta di affetti, lavoro,
riposo concepiti come generatori di “vita buona”
personale e civile.
Amando e lavorando in Cristo e per Cristo senza temere sacrificio
e dovere, il desiderio e la libertà trovano la via
sicura del compimento. Si diventa uomini condotti dalla
logica dell’Incarnazione a condividere le forme più
elementari del desiderio, a partire dal bisogno (cfr. At
4, 32-35; Rm 15, 25-27; 1Cor 16; 2Cor 8). Ed è del
tutto naturale che più il bisogno è imponente
e radicale più provochi la libertà di condivisione
del cristiano.
In questo modo si verrà configurando una cultura
sociale imperniata sui principi della solidarietà
e della sussidiarietà, costantemente approfonditi
dal Magistero sociale della Chiesa. Si sarà capaci
di incontrare e collaborare con uomini e donne di tutte
le latitudini e longitudini nell’edificazione di forme
sostanziali di democrazia e di buon governo.
Non è un caso che il Santo Padre, nell’enciclica
Deus caritas est, abbia richiamato i fedeli laici a percorrere
la strada della purificazione dell’amore. Una strada
che va simultaneamente dall’eros all’agape e
dalla giustizia alla carità . I cristiani - dice
il Papa - in quanto «cittadini dello Stato, sono chiamati
a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono
pertanto abdicare “alla molteplice e svariata azione
economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale,
destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente
il bene comune”» . L’importanza di questa
testimonianza nel sociale, in grado di distinguere i diversi
ambiti nell’unità vitale del soggetto, è
segnata da una chiara coscienza del rapporto tra diritti,
doveri e leggi. In proposito è significativo il peso
che ultimamente ha avuto il dibattito su cosa sia “religione”
e “laicità”, almeno in Europa e negli
Stati Uniti.
Da una parte vi è chi assolutizza il rapporto cittadino-Stato,
relegando nel privato ogni appartenenza o identità
(culturale, religiosa). Si giunge così ad un’ipertrofia
dei diritti, sganciati dai doveri e dalle leggi, e alla
separazione tra pubblico e privato... Essa porta inevitabilmente
con sé una concezione formalistica della democrazia.
Censurando la dimensione religiosa dell’uomo l’ordinamento
statuale tende ad occupare il posto di Dio.
Dall’altra parte assistiamo ad un’enfatizzazione
delle “differenze” culturali, religiose ed etniche
fino a renderle tra loro incomunicabili. Da qui l’impossibilità
di pensare la comune appartenenza alla famiglia umana. Non
si riesce a fondare l’universalità e, quindi,
a stabilire un termine di paragone fra le diversità
sulla base dell’esperienza elementare di ciascuno
e di tutti.
L’antropologia che nasce dall’incontro con il
Risorto, proprio perché rispettosa della natura specifica
dell’esperienza elementare, permette di non lasciarsi
irretire in simili posizioni. L’uomo, costitutivamente
religioso, è capace di ospitare tutto il reale che
a sua volta, nei suoi lineamenti essenziali, è conoscibile.
La società è sempre correlata alla persona,
pertanto la separazione tra pubblico e privato è
arbitraria. Il cristiano propugna una visione dell’uomo
e della società a misura di tutti, non teme la natura
plurale delle moderne realtà civili perché
stima i corpi intermedi in cui il singolo è sempre
inserito. È così aiutato a non vivere individualisticamente
i diritti, perciò stima il dono della vita, l’oggettiva
natura dei rapporti affettivi, familiari e sociali, ed è
convinto che si possano coniugare giustizia e carità.
Movimenti e nuove comunità sono chiamati quindi ad
una testimonianza integrale che giunga fino a queste implicazioni.
Solo così saranno fedeli alla natura essenzialmente
missionaria del cristianesimo.
3. «Guai a me se non annunciassi il Vangelo!»
Il brano degli Atti degli Apostoli con cui abbiamo aperto
questa riflessione prosegue con un episodio molto significativo:
«Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli
stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa
in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe avuto questa
visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo
che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi (il testo greco
dice “evangelizzare”, euangelisasthai) la parola
del Signore» (At 16, 9-10).
Il Macedone del racconto degli Atti, non è forse
la figura di ogni nostro fratello uomo che, magari sotto
la forma della ribellione o addirittura dell’ostilità,
non cessa di interpellarci? E noi, che per pura grazia abbiamo
conosciuto il Risorto e per il dono del Suo Spirito siamo
parte viva del popolo cristiano, non ci metteremo subito
in movimento riconoscendo in questo l’invito di Dio
che ci urge all’evangelizzazione? «Guai a me
se non annunciassi il Vangelo!» (1Cor 9, 16).
|