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"La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo"

II Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità
Rocca di Papa (Roma), 31 maggio - 2 giugno 2006

 

 

- Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI

- Introduzione ai lavori di S. E. Mons. Stanislaw Rylko

- Relazione di S. Em. il Card. Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna
"Le Christ – le plus beau des hommes" (TESTO IN FRANCESE)

- Relazione di S. Em. il Card. Marc Ouellet, Arcivescovo di Québec e Primate del Canada
"La beauté d'être Chrétiens" (
TESTO IN FRANCESE)

- Relazione del Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia (TESTO PROVVISORIO)
"Movimenti ecclesiali e nuove comunità nella missione della Chiesa: priorità e prospettive"

 

 

 

 

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER IL II CONGRESSO MONDIALE
DEI MOVIMENTI ECCLESIALI E DELLE NUOVE COMUNITÀ


Cari fratelli e sorelle,

in attesa dell'incontro previsto per sabato 3 giugno in Piazza San Pietro con gli aderenti a più di 100 Movimenti ecclesiali e nuove Comunità, sono lieto di porgere a voi, rappresentanti di tutte queste realtà ecclesiali, riuniti a Rocca di Papa in Congresso Mondiale, un caloroso saluto con le parole dell'Apostolo: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rm 15,13). É ancora vivo, nella mia memoria e nel mio cuore, il ricordo del precedente Congresso Mondiale dei Movimenti ecclesiali, svoltosi a Roma dal 26 al 29 maggio 1998, al quale fui invitato a portare il mio contributo, allora in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con una conferenza concernente la collocazione teologica dei Movimenti. Quel Congresso ebbe il suo coronamento nel memorabile incontro con l'amato Papa Giovanni Paolo II del 30 maggio 1998 in Piazza San Pietro, durante il quale il mio Predecessore confermò il suo apprezzamento per i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità, che definì “segni di speranza” per il bene della Chiesa e degli uomini.

Oggi, consapevole del cammino percorso da allora sul sentiero tracciato dalla sollecitudine pastorale, dall' affetto e dagli insegnamenti di Giovanni Paolo Il, vorrei congratularmi con il Pontificio Consiglio per i Laici, nelle persone del suo Presidente Mons. Stanislaw Rylko, del Segretario Mons. Joseph Clemens e dei loro collaboratori, per l'importante e valida iniziativa di questo Congresso Mondiale, il cui tema – “La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo” - prende spunto da una mia affermazione nell'omelia di inizio del ministero petrino. E' un tema che invita a riflettere su ciò che caratterizza essenzialmente l'avvenimento cristiano: in esso infatti ci viene incontro Colui che in carne e sangue, visibilmente, storicamente, ha portato lo splendore della gloria di Dio sulla terra. A Lui si applicano le parole del Salmo 44: «Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo». E a Lui, paradossalmente, fanno riferimento anche le parole del profeta: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere» (Is 53,2). In Cristo s'incontrano la bellezza della verità e la bellezza dell'amore; ma l'amore, si sa, implica anche la disponibilità a soffrire, una disponibilità che può giungere fino al dono della vita per coloro che si amano (cfr Gv 15,13)! Cristo, che è “la bellezza di ogni bellezza”, come soleva dire san Bonaventura (Serrnones dominicales 1,7), si rende presente nel cuore dell'uomo e lo attrae verso la sua vocazione che è l'amore. E grazie a questa straordinaria forza di attrazione che la ragione è sottratta al suo torpore ed aperta al Mistero. Si rivela così la bellezza suprema dell'amore misericordioso di Dio e, allo stesso tempo, la bellezza dell'uomo che, creato ad immagine di Dio, è rigenerato dalla grazia e destinato alla gloria eterna.

Nel corso dei secoli, il cristianesimo è stato comunicato e si è diffuso grazie alla novità di vita di persone e di comunità capaci di rendere una testimonianza incisiva di amore, di unità e di gioia. Proprio questa forza ha messo tante persone in “movimento” nel succedersi delle generazioni. Non è stata, forse, la bellezza che la fede ha generato sul volto dei santi a spingere tanti uomini e donne a seguirne le orme? In fondo, questo vale anche per voi: attraverso i fondatori e gli iniziatori dei vostri Movimenti e Comunità avete intravisto con singolare luminosità il volto di Cristo e vi siete messi in cammino. Anche oggi Cristo continua a far echeggiare nel cuore di tanti quel “vieni e seguimi” che può decidere del loro destino. Ciò avviene normalmente attraverso la testimonianza di chi ha fatto una personale esperienza della presenza di Cristo. Sul volto e nella parola di queste “creature nuove” diventa visibile la sua luce e udibile il suo invito.

Dico pertanto a voi, cari amici dei Movimenti: fate in modo che essi siano sempre scuole di comunione, compagnie in cammino in cui si impara a vivere nella verità e nell'amore che Cristo ci ha rivelato e comunicato per mezzo della testimonianza degli Apostoli, in seno alla grande famiglia dei suoi discepoli. Risuoni sempre nel vostro animo l'esortazione di Gesù: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Portate la luce di Cristo in tutti gli ambienti sociali e culturali in cui vivete. Lo slancio missionario è verifica della radicalità di un'esperienza di fedeltà sempre rinnovata al proprio carisma, che porta oltre qualsiasi ripiego stanco ed egoistico su di sé. Illuminate l'oscurità di un mondo frastornato dai messaggi contraddittori delle ideologie! Non c'è bellezza che valga se non c'è una verità da riconoscere e da seguire, se l'amore scade a sentimento passeggero, se la felicità diventa miraggio inafferrabile, se la libertà degenera in istintività. Quanto male è capace di produrre nella vita dell'uomo e delle nazioni la smania del potere, del possesso, del piacere! Portate in questo mondo turbato la testimonianza della libertà con cui Cristo ci ha liberati (cfr Gal 5,1). La straordinaria fusione tra l'amore di Dio e l'amore del prossimo rende bella la vita e fa rifiorire il deserto in cui spesso ci ritroviamo a vivere. Dove la carità si manifesta come passione per la vita e per il destino degli altri, irradiandosi negli affetti e nel lavoro e diventando forza di costruzione di un ordine sociale più giusto, il si costruisce la civiltà capace di fronteggiare l'avanzata della barbarie. Diventate costruttori di un mondo migliore secondo l'ordo amoris in cui si manifesta la bellezza della vita umana.

I Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità sono oggi segno luminoso della bellezza di Cristo e della Chiesa, sua Sposa. Voi appartenete alla struttura viva della Chiesa. Essa vi ringrazia per il vostro impegno missionario, per l'azione formativa che sviluppate in modo crescente sulle famiglie cristiane, per la promozione delle vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata che sviluppate al vostro interno. Vi ringrazia anche per la disponibilità che dimostrate ad accogliere le indicazioni operative non solo del Successore di Pietro, ma anche dei Vescovi delle diverse Chiese locali, che sono, insieme al Papa, custodi della verità e della carità nell'unità. Confido nella vostra pronta obbedienza. Al di là dell'affermazione del diritto alla propria esistenza, deve sempre prevalere, con indiscutibile priorità, l'edificazione del Corpo di Cristo in mezzo agli uomini. Ogni problema deve essere affrontato dai Movimenti con sentimenti di profonda comunione, in spirito di adesione ai legittimi Pastori. Vi sostenga la partecipazione alla preghiera della Chiesa, la cui liturgia è la più alta espressione della bellezza della gloria di Dio, e costituisce in qualche modo un affacciarsi del Cielo sulla terra.

Vi affido all'intercessione di Colei che invochiamo come la Tota pulchra, la "Tutta bella", un ideale di bellezza che gli artisti hanno cercato sempre di riprodurre nelle loro opere, la «Donna vestita di sole» (Ap 12,1) in cui la bellezza umana si incontra con la bellezza di Dio. Con questi sentimenti a tutti invio, quale pegno di costante affetto, una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 22 Maggio 2006

Benedetto XVI

 

Introduzione di S. E. Mons. Stanislaw Rylko
Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici


Cari Amici,

1. Con il cuore colmo di gratitudine per la comunione che abbiamo vissuto attorno all’altare del Signore, vi dò il mio caloroso benvenuto al II Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici, il dicastero che ho l’onore di presiedere. Voi rappresentate qui il grande popolo dei movimenti che con generosità, gioia e passione serve ormai in tutti i continenti la missione della Chiesa. E provenite da un centinaio di movimenti ecclesiali e nuove comunità (un numero quasi doppio rispetto alla prima edizione del Congresso), che sono espressione concreta della straordinaria ricchezza “carismatica” della Chiesa del nostro tempo e un messaggio forte di speranza. Saluto con riconoscenza i nostri ospiti, che con la loro partecipazione danno grande lustro al Congresso: gli Eminentissimi Signori Cardinali, gli Eccellentissimi Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici. Saluto cordialmente i rappresentanti dei dicasteri della Curia Romana. Saluto i delegati fraterni di altre Chiese e Comunioni cristiane, la cui presenza ci è particolarmente cara. Respiriamo già il clima della Pentecoste, e quando soffia lo Spirito cresce e si rafforza dentro di noi il desiderio dell’unità. E saluto tutti coloro che si sono assunti l’onere delle relazioni o degli interventi nelle tavole rotonde, ringraziandoli di cuore sin d’ora. A tutti voi dico con le parole di Paolo: «Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!» (2Cor 1, 2).
Apriamo i lavori di questo Congresso in profonda comunione con il Successore di Pietro, papa Benedetto XVI, al quale esprimiamo affetto filiale e viva gratitudine per il messaggio così denso di contenuti con cui ha voluto rendersi presente tra noi, dando un solido orientamento alla nostra riflessione. Un gesto, che è segno ulteriore della sua paterna attenzione nei confronti di queste nuove realtà aggregative nelle quali egli ravvisa «modi forti di vivere la fede», frutto di «sempre nuove irruzioni dello Spirito Santo» per rispondere alle sfide che il mondo lancia alla missione della Chiesa. La persona del Successore di Pietro ci richiama già all’inizio di questo Congresso alla necessità di aprirci all’orizzonte della Chiesa universale, facendoci carico, oltreché delle sue gioie e delle sue speranze, dei difficili problemi che l’affliggono. Nel corso di queste giornate il nostro sentire cum Ecclesia dovrà essere dunque particolarmente intenso e trovare espressioni concrete.
Nella stupenda manifestazione della multiforme varietà dei doni dello Spirito Santo alla Chiesa di oggi, in queste giornate noi faremo di nuovo l’esperienza della loro profonda unità nella comunione ecclesiale, di quella misteriosa dinamica di cui san Paolo scrive: «Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1Cor 12, 4-7). In questa “scuola” di comunione proiettata verso la missione, noi renderemo grazie al Signore per i frutti di santità e di dinamismo evangelizzatore che questi carismi – cifra di una primavera della fede – generano nella vita di singoli battezzati e di comunità cristiane sparse nel mondo intero. Soprattutto – e ciò ricapitola la ragione ultima di questo secondo Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità – ci porremo all’ascolto di ciò che il Signore ci chiede qui e ora (cfr. Ap 2, 7). Nella imminenza della solennità di Pentecoste la nostra memoria fluisce verso quel cenacolo dove duemila anni fa gli apostoli erano riuniti in preghiera insieme a Maria. Sia il nostro Congresso come un cenacolo dal quale s’innalza la nostra preghiera a Dio affinché scenda lo Spirito e rinnovi la faccia della Terra.

2. Per leggere il significato pieno di questo Congresso è necessario tornare con la memoria alla sua prima edizione, svoltasi nel maggio del 1998. Un evento che ha segnato profondamente la vita dei movimenti, dando solide fondamenta teologiche alla loro identità ecclesiale e aprendo orizzonti nuovi e affascinanti alla loro missione nella Chiesa. Vale qui la pena rileggere alcuni stralci tra i più significativi del messaggio che il servo di Dio Giovanni Paolo II inviò ai partecipanti in quella occasione. Scriveva: «[I movimenti] rappresentano uno dei frutti più significativi di quella primavera della Chiesa già preannunciata dal Concilio Vaticano II, ma purtroppo non di rado ostacolata dal dilagante processo di secolarizzazione. La loro presenza è incoraggiante perché mostra che questa primavera avanza, manifestando la freschezza dell’esperienza cristiana fondata sull’incontro personale con Cristo». E ancora: «La vostra stessa esistenza è un inno all’unità nella pluriformità voluta dallo Spirito e ad essa rende testimonianza. Infatti, nel mistero di comunione del Corpo di Cristo, l’unità non è mai piatta omogeneità, negazione della diversità, come la pluriformità non deve diventare mai particolarismo o dispersione. Ecco perché ognuna delle vostre realtà merita di essere valorizzata per il peculiare contributo che apporta alla vita della Chiesa». E infine la frase che tocca il punto essenziale dell’identità ecclesiale dei movimenti: «Più volte ho avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica, di cui i Movimenti sono un’espressione significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo». Parole entusiasmanti e impegnative che hanno mantenuto intatta, attraverso gli anni, la forza di ispirare e orientare la vita di movimenti e comunità.
Un’altra voce, a quel primo Congresso, ha lasciato una impronta indelebile nella vita di queste nuove realtà ed è stata la voce dell’allora cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger. Benedetto XVI segue da molti anni, con passione di teologo e di pastore, i movimenti ecclesiali e le nuove comunità dei quali è sempre stato interlocutore attento e con i quali ha instaurato nel tempo un rapporto di vera amicizia. Il cardinale Ratzinger aprì i lavori del Congresso con una conferenza sulla collocazione teologica dei movimenti, una lezione di straordinario spessore teologico e di forte valenza pastorale che fu accolta dai partecipanti con calorose espressioni di gratitudine. Nelle sue magistrali parole, infatti, essi avevano visto riflessa e confermata la loro esperienza di fede, la loro identità ecclesiale più profonda. Negli anni difficili del post-Concilio – diceva il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – quando in molti parlavano di “inverno” nella Chiesa, «ecco, all’improvviso, qualcosa che nessuno aveva progettato. Ecco che lo Spirito Santo[...] aveva chiesto di nuovo la parola. E in giovani uomini e in giovani donne risbocciava la fede, senza “se” né “ma”, senza sotterfugi né scappatoie, vissuta nella sua integralità come dono, come un regalo prezioso che fa vivere». Per impostare correttamente il discorso teologico sui movimenti ecclesiali, secondo il cardinale Ratzinger, non basta la dialettica dei principi: istituzione e carisma, cristologia e pneumatologia, gerarchia e profezia, perché la Chiesa non è edificata dialetticamente, ma organicamente. La via giusta da seguire è quella dell’approccio storico, risalendo all’apostolicità. È la missione a costituire la base teologica dei movimenti nella Chiesa. Una missione che oltrepassa i confini delle Chiese locali per arrivare “fino ai confini della terra”e che costituisce il vincolo che li unisce al ministero del Successore di Pietro. Diceva il cardinale Ratzinger: «Il papato non ha creato i movimenti, ma è stato il loro essenziale sostegno [...], il loro pilastro ecclesiale. [...] Il Papa ha bisogno di questi servizi, e questi hanno bisogno di lui, e nella reciprocità delle due specie di missione si compie la sinfonia della vita ecclesiale». Il fenomeno dei movimenti è una costante nella storia della Chiesa. E la sua interessante rassegna dimostra come essi diano forma ai tempestivi interventi dello Spirito Santo in «risposta [...] alle mutevoli situazioni in cui viene a trovarsi la Chiesa». L’appassionante lezione si concludeva con alcune considerazioni di carattere pastorale, pratici criteri di discernimento per mettere in guardia, da un lato queste nuove realtà contro i rischi che derivano da una condizione ancora per certi versi “adolescenziale”, quali forme a volte eccessive di esuberanza, unilateralità di vario tipo, erronee assolutizzazioni. E, dall’altro, i Pastori che invita a «non [...] indulgere ad alcuna pretesa di uniformità assoluta nella organizzazione e nella programmazione pastorale [perché] – diceva – meglio meno organizzazione e più Spirito Santo». A entrambe le parti, quindi, egli rivolgeva il pressante appello a lasciarsi educare e purificare dallo Spirito. A rileggerle oggi, queste parole si caricano di tutta l’autorevolezza di Pietro. Eletto papa, Benedetto XVI continua a guardare con grande sollecitudine ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità, a proposito dei quali nell’agosto dello scorso anno a Colonia diceva: «La Chiesa deve valorizzare queste realtà e al contempo deve guidarle con saggezza pastorale, affinché contribuiscano nel modo migliore, con i loro diversi doni all’edificazione della comunità [...] Le Chiese locali e i movimenti non sono in contrasto tra loro, ma costituiscono la struttura viva della Chiesa».
L’eredità dottrinale e pastorale che ci viene dal primo Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e della nuove comunità – dove sono risuonate le voci di due Papi – è un vero tesoro al quale attingere in abbondanza durante i nostri lavori.

3. Ai movimenti ecclesiali riuniti in Piazza San Pietro il 30 maggio 1998, Giovanni Paolo II ha dato una consegna impegnativa: perseguire la maturità ecclesiale. «Oggi – diceva – dinanzi a voi si apre una tappa nuova: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti. È piuttosto una sfida. Una via da percorrere. La Chiesa si aspetta da voi frutti “maturi” di comunione e di impegno». È dunque opportuno fare un bilancio del nostro cammino negli otto anni trascorsi da allora. Una valutazione che, nel corso del Congresso, costituirà il leit-motiv dei gruppi di lavoro.
La bussola sicura per orientarsi verso questa meta sempre da perseguire continua a essere per movimenti e nuove comunità il magistero del Concilio Vaticano II. L’8 dicembre dell’anno passato, nella festa dell’Immacolata, abbiamo celebrato il 40° anniversario della chiusura di quell’assise provvidenziale, che è stata per la Chiesa una rinnovata Pentecoste. Questo Congresso è allora occasione propizia per innalzare insieme a Dio il nostro rendimento di grazie per il dono del Concilio, di cui proprio i movimenti e le nuove comunità costituiscono uno dei frutti più preziosi; per la teologia del laicato sviluppata dal Vaticano II; per la rinnovata valorizzazione del Battesimo e del sacerdozio comune dei fedeli che da esso è derivata; per la sua ecclesiologia pneumatologica che mette in risalto l’importanza dei carismi nella vita della Chiesa e dei singoli cristiani; per il suo richiamo alla vocazione universale alla santità nella Chiesa; per aver reso accessibile a tutti il mistero affascinante della Chiesa come comunione missionaria. Di tutto ciò, il popolo di Dio è debitore verso il Concilio. E l’unico modo di saldare questo debito è l’impegno ad assimilarne fino in fondo l’insegnamento, un compito che si ripropone a ogni nuova generazione di cattolici.
Il primo segno eloquente della maturità ecclesiale dei movimenti, come diceva Giovanni Paolo II, è il senso della comunione. Una comunione sempre più salda con il Papa e con i pastori, entro la quale condividere le loro ricchezze carismatiche, e una comunione fraterna tra le diverse realtà aggregative, chiamate ad aprirsi a una sempre più profonda conoscenza reciproca e a collaborare in progetti comuni. È confortante constatare che in questo senso si sta vivendo una stagione molto promettente. E ciò vale anche per l’accoglienza paterna e cordiale che i pastori in numero crescente vanno riservando ai movimenti nelle rispettive Chiese particolari, vedendo in essi un dono dello Spirito e non più una fastidiosa intrusione come a volte è stato il caso. Sono certo che il nostro Congresso darà un valido contributo al rafforzamento di queste tendenze, dando la rotta per scansare il rischio di collisioni che nuocciono alla causa del Vangelo.
Il secondo indice di maturità ecclesiale per movimenti e nuove comunità è l’impegno missionario. Ed essi rendono effettivamente un grande servizio alla missione evangelizzatrice della Chiesa. La loro forza di risvegliare nelle persone slancio e coraggio missionario è stupefacente. Come stupefacente è la loro “fantasia missionaria”, la capacità di trovare vie sempre nuove per far giungere l’annuncio di Cristo al cuore degli uomini del nostro tempo. I carismi dai quali sono nate queste realtà generano itinerari pedagogici di iniziazione cristiana di straordinaria forza persuasiva e percorsi di educazione cristiana che portano a vivere la fede con radicalismo evangelico e a un impegno missionario alimentato da una solida e profonda spiritualità. Una dimensione da coltivare perché l’opera di evangelizzazione non venga inquinata dalla tentazione di un superficiale attivismo, e alla quale il nostro Congresso darà tutta l’attenzione che merita.
C’è un altro aspetto sul quale vale la pena soffermarsi nel delineare i tratti costitutivi della vera maturità di movimenti ecclesiali e nuove comunità, ed è il giusto significato da attribuire a questo termine. La maturità – che è meta verso la quale camminare costantemente – pur legata al passare del tempo, non ha nulla a che vedere con il grigiore di uno spirito invecchiato, non più capace di passione. Essa rappresenta, al contrario, lo sviluppo pieno della gioia del cuore, dell’entusiasmo, dello slancio, del coraggio, della capacità di scommettere tutto sul Vangelo... Questa giovinezza dello spirito – dono che a movimenti e nuove comunità viene dall’Alto – è frutto della loro quotidiana fedeltà, sia a livello individuale sia a livello comunitario, al carisma che li ha originati. Ed è richiamo a una costante metánoia, alla conversione del cuore. La fedeltà al carisma va più che mai salvaguardata nella fase di ricambio generazionale che interessa attualmente non pochi movimenti anche a livello di responsabili. Arriva una nuova generazione di cristiani che ha alle spalle esperienze esistenziali, culturali ed ecclesiali diverse da quella precedente. Come passare loro il carisma del movimento in tutta la sua freschezza e la sua forza spirituale? Come superare stanchezza e routine? Nell’Apocalisse, san Giovanni dà una indicazione preziosa, quando all’angelo della Chiesa di Èfeso scrive: «Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza [...] Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima» (Ap 2, 3-4). L’amore di prima. Per movimenti e nuove comunità, maturità ecclesiale vuol dire anche non lasciare che si affievolisca l’amore degli inizi, la passione originaria per il proprio carisma, malgrado la fatica, le difficoltà e le inevitabili prove che la vita sempre ci riserva.

4. Passiamo ora al tema del nostro Congresso: “La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo”, ispirato alle parole pronunciate da Benedetto XVI il giorno di inizio del suo ministero petrino. Diceva il Papa: «Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui». Mettendo in risalto la centralità della persona di Cristo nella vita cristiana, queste parole svelano al tempo stesso il segreto più profondo della sua potente forza attrattiva nei confronti del cuore umano: la bellezza. Oggi, quello della bellezza è un tema scottante. Il mondo che ci circonda è un mondo dominato dal culto del brutto, soggiogato dalla forza aggressiva di false bellezze che traggono in inganno molti, rendendoli schiavi e prigionieri della menzogna. Nella nostra epoca è stato soprattutto Hans Urs von Balthasar, con la sua grandiosa opera di “estetica teologica”, ad aiutare il pensiero cristiano a riscoprire nel bello una categoria determinante per la vita dei battezzati. Scrive il teologo svizzero: «In un mondo senza bellezza – anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso –, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto [...] In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica [...] Il processo che porta alla conclusione è un meccanismo che non inchioda più nessuno e la stessa conclusione non conclude più». Quella della bellezza è perciò questione seria; la bellezza non riguarda soltanto l’aspetto esteriore né è a esso riducibile.
La dimensione della bellezza è fondamentale per il nostro essere cristiani, come sa bene chi nella propria vita ha incontrato Cristo. Secondo lo stesso von Balthasar, nell’esperienza dell’incontro con il mistero di Cristo è l’“essere rapiti” dalla sua bellezza a segnare l’inizio della sequela del Maestro: «L’essere trasportato [rapito] è l’origine del cristianesimo. Gli apostoli sono trasportati da ciò che vedono, ascoltano e toccano, da ciò che si rivela nella forma; Giovanni (soprattutto egli, ma anche gli altri) descrive sempre nuovamente come nell’incontro, nel dialogo, la forma di Gesù acquista risalto, si delineano in maniera inconfondibile i suoi contorni e come all’improvviso ed in maniera inesprimibile il lampo dell’incondizionato guizzi e butti a terra nell’adorazione l’uomo, per ricrearlo come credente alla sequela del Cristo». E qui vengono in mente le parole del profeta Geremia: «Mi hai sedotto Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso» (Ger 20, 7). Nei giorni che ci attendono siamo dunque chiamati a confrontarci con la bellezza di Cristo, personalmente e come movimenti. Siamo chiamati a porre Cristo al centro delle nostre riflessioni e a non farne un pretesto per parlare d’altro. E siamo chiamati a ravvivare dentro di noi lo stupore, quel moto dell’animo che solo consente di riconoscere il suo mistero. Ma in che cosa consiste questa singolare bellezza che ha attratto lungo la storia schiere innumerevoli di persone, trasformandone radicalmente l’esistenza? Il cardinale Ratzinger lo illustrava magistralmente, mettendo a confronto due testi biblici riferiti alla persona di Gesù: il Salmo 45 (44) – «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia» – e la profezia di Isaia: «Non ha bellezza né apparenza, l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore» (Is 53, 2). Joseph Ratzinger trova la spiegazione di questo paradosso nel cuore del mistero pasquale, dove «l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine [...] Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine”». È per questo che, egli aggiunge, «l’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale». Al riguardo vale la pena ricordare pure le parole che il giovane Karol Wojtyla faceva dire a fratel Alberto – pittore fattosi frate per servire i poveri – il quale di fronte all’immagine dell’Ecce Homo, prega così: «Sei tuttavia terribilmente diverso da Colui che sei. Ti sei affaticato molto per ognuno di loro. Ti sei stancato mortalmente. Ciò si chiama misericordia. Eppure sei rimasto bello. Il più bello dei figli dell’uomo. Una bellezza simile non si è mai più ripetuta. O, come difficile è questa bellezza, come difficile. Tale bellezza si chiama misericordia».
Come trasmettere questa Bellezza al mondo di oggi? Perché è questa la sfida da raccogliere. Scriveva Giovanni Paolo II: «Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”». Noi cristiani abbiamo l’enorme responsabilità di non deformare, non falsificare, non offuscare, non nascondere, ma – al contrario – di far brillare con la nostra vita la bellezza di Cristo, la bellezza della fede, la bellezza della Chiesa, la bellezza delle nostre comunità cristiane, la bellezza delle nostre famiglie cristiane... Alla domanda su quale fosse la cosa più importante che avrebbe voluto trasmettere ai giovani convenuti a Colonia per la ventesima Giornata mondiale della gioventù, papa Benedetto XVI ha risposto senza indugi: «Vorrei far capire loro che essere cristiani è bello!», una frase che è divenuta quasi un motto del suo pontificato. E la via di questa bellezza, come egli ci ha spiegato nella Deus caritas est, la sua prima lettera enciclica, è la via dell’amore che diventa dono incondizionato di sé all’altro.
L’esperienza della bellezza di essere cristiani ha trovato e trova ai nostri giorni un terreno particolarmente fertile nei movimenti ecclesiali e nelle nuove comunità. Non certo per meriti umani, ma per i doni di grazia che sono i loro carismi essi riescono a far germogliare veri fiori di bellezza nella vita di uomini e donne cristiani, che con la loro testimonianza lanciano una provocazione all’indifferenza, al grigiore e alla mediocrità dell’esistenza di tanti, accendendo in loro il desiderio di qualcosa di diverso, di più bello, di più vero. Ed è proprio questa la vocazione di movimenti e comunità: essere segno di contraddizione, sale della terra, luce del mondo (cfr. Mt 5, 13-16), annunciando agli uomini nostri contemporanei che il Vangelo non è una utopia, ma cammino verso la vita piena, e che essere cristiani è bello, un’avventura affascinante che dà gioia e felicità. Lo stesso discorso sulla maturità ecclesiale dei movimenti trova qui la sua chiave di lettura per eccellenza. Misura ultima del nostro essere cristiani e modello con il quale confrontarci in continuazione è infatti nientemeno che la persona di Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”. Facendo parlare Cristo, Pascal scrive con parole dense di misticismo: «Non ti paragonare agli altri ma a me. Se in coloro con cui ti confronti non trovi me, ti confronti con un essere abominevole. Se tu trovi me, confrontati. Ma che cosa paragonerai? Te, o me in te? Se sei tu, si tratta di un essere abominevole. Se sono io, confronti me con me. Ora, in tutto io sono Dio».

5. Il nostro Congresso, come sapete, avrà il suo culmine nell’incontro dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità con papa Benedetto XVI in Piazza San Pietro il 3 giugno prossimo, nella cornice della celebrazione dei Vespri della solennità di Pentecoste. È un importante segnale di continuità che il Papa ha voluto dare, convocando movimenti e comunità nelle stesse circostanze del loro indimenticabile incontro con Giovanni Paolo II, il 30 maggio 1998. Il Santo Padre ha espresso questo suo desiderio nel corso della prima udienza ufficiale che mi ha concesso come presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Era il 14 maggio 2005. Per una coincidenza davvero sorprendente, la vigilia di Pentecoste! L’invito del Papa è stato accolto con grande gioia, entusiasmo e gratitudine da tutti i movimenti, che hanno aderito con slancio e generosità all’itinerario di preparazione dell’evento, immediatamente avviato dal Dicastero. Una delle tappe salienti di questa preparazione è stato il primo Congresso dei movimenti e delle nuove comunità dell’America Latina, organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici in collaborazione con il CELAM e svoltosi a Bogotá, in Colombia nei giorni 9-12 marzo di quest’anno sul tema: “Discepoli e missionari di Cristo oggi”. È stato un avvenimento ecclesiale davvero importante, specialmente in vista della V Conferenza dell’episcopato latino-americano prevista per l’anno prossimo.
Movimenti ecclesiali e nuove comunità attendono con grande gioia l’incontro con il Successore di Pietro, per loro punto di riferimento in certo senso costituivo, dal punto di vista ecclesiale. Siamo certi, che anche questo nuovo incontro segnerà una importante pietra miliare nella vita dei movimenti e nella vita della Chiesa dei nostri tempi.
Concludo, esprimendo la gioia del Pontificio Consiglio per i Laici, che in occasioni come questa, realizza concretamente la missione affidatagli dal Papa di essere “casa comune” per tutti i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, nonché di essere espressione della sua paternità nei loro confronti. Auguro a tutti buon lavoro. Che il tempo che passeremo insieme durante questo Congresso sia per tutti noi dono di una rinnovata grazia di Pentecoste!

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1. J. RATZINGER, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nella svolta del millennio, Edizioni San Paolo, Milano 1997, p. 18.
2. J. RATZINGER, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica, in: I movimenti nella Chiesa, a cura del Pontificium Consilium pro Laicis, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1999, p. 15.
3. GIOVANNI PAOLO II, Messaggio ai partecipanti al Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali, "L'Osservatore Romano", 28 maggio 1998, p. 6.
4. J. RATZINGER, I movimenti e la loro collocazione teologica, cit., p. 24.
5. Ibidem, p. 39 e 46.
6. Ibidem, p. 46.
7. Ibidem, p. 50.
8. Cfr. ibidem, p. 49.
9. BENEDETTO XVI, Discorso ai presuli della Conferenza Episcopale Tedesca, "L'Osservatore Romano", 24 agosto 2005, p. 5.
10. GIOVANNI PAOLO II, Discorso in occasione dell'Incontro con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, in: I movimenti nella Chiesa, cit. p. 222.
11. Cfr. A. CATTANEO, Unità e varietà nella comunione della Chiesa locale, Marcianum Press 2006, pp. 215-219.
12. Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Messaggio ai partecipanti al Seminario "I movimenti ecclesiali nella sollecitudine pastorale dei vescovi", in: I movimenti ecclesiali nella sollecitudine pastorale dei vescovi, a cura del Pontificium Consilium pro Laicis, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2000, pp. 15-19.
13. BENEDETTO XVI, Omelia di inizio del ministero petrino, "L'Osservatore Romano", 25 aprile 2005, p. 5.
14. H.U. VON BALTHASAR, Gloria, vol. I: La percezione della forma, trad. it. di G. Ruggieri, Jaca Book, Milano 1975, p. 11.
15. Ibidem, pp. 23-24.
16. J. RATZINGER, La Bellezza. La Chiesa, Libreria Editrice Vaticana e ITACA, Roma 2005, p. 23.
17. Ibidem, p. 17.
18. K. WOJTYLA, Fratello del nostro Dio, in: Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, p. 688.
19. GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, n. 16.
20. BENEDETTO XVI, Intervista a Radio Vaticana, 16 agosto 2005.
21. B. PASCAL, Pensieri, Città Nuova, Roma 2003, n. 756.

 

Relazione: "Cristo il più bello tra i figli di Adamo"
Christoph Cardinal Schönborn

(il testo è in francese: Le Christ – le plus beau des hommes)



Frères et sœurs en Jésus Christ !

Nous nous préparons à la Pentecôte. Nous implorons la venue du Saint Esprit, Âme de l’Église et donateur de Vie (cf. CEC ). En plus, c’est aujourd’hui la fête de la Visitation de Marie auprès d’Élisabeth. Avec elle nous sommes invités à “méditer dans notre cœur” tous ces évènements dont le centre est le mystère du Christ (cf. Lc 2, 19-51).

Je commence notre méditation avec un regard sur la fête de l’Ascension que nous venons de célébrer il y a six jours. Aux “hommes de Galilée” qui n’arrivent pas à détacher leur regard de la nuée qui cache Jésus en l’emportant, les anges disent : « Celui qui vous a été enlevé, ce même Jésus reviendra comme cela, de la même manière, dont vous l’avez vu partir vers le ciel » (Ac 1, 11).

Il y a plus de 30 ans, - que le temps passe vite, et que la vie est brève !- je notais dans mon livre “L’Icône du Christ” au sujet de cette parole des anges : « Cette promesse du retour de ‘ce même Jésus, de la même manière, cette promesse confie à l’Église le soin de garder vivant le souvenir de sa Sainte Face, du visage de Celui qui, depuis, intercède pour nous auprès de son Père et notre Père. Cette promesse l’incite à confesser sa foi en l’avènement ultime du Seigneur. Or, l’icône est cette confession. Elle est le moyen terme, pour ainsi dire, entre l’Incarnation et l’Eschatologie puisqu’elle confesse la vérité des deux. Confessant en un même mouvement l’identité de Jésus de Nazareth, le Verbe incarné, et celle de son Seigneur qui reviendra juger les vivants et les morts, l’icône a sa place au cœur de la confession de foi de l’Église. Elle en est comme le résumé » (L’icône du Christ, Paris 20034, 139).

L’icône du Christ : pour beaucoup de Chrétiens, la tradition orientale de l’icône, de sa peinture, de sa spiritualité, est devenue comme un point de ralliement, un point de rencontre pour tous les chrétiens. L’icône est quasi omniprésente dans l’Église, de l’Orient et de l’Occident. Son langage, sa symbolique, son rayonnement semble bien toucher les cœurs de beaucoup de nos contemporains. On s’est souvent interrogé pourquoi, de nos jours, l’art de l’icône a pu acquérir ce statut d’une expression privilégiée de la foi chrétienne.

Il peut y avoir un aspect de “mode” (que certains orthodoxes reprochent aux chrétiens d’occident, ayant l’impression que leur tradition orientale soit “utilisée” abusivement par les occidentaux). Je pense qu’il y a quelque chose de plus profond. Le sensus fidei reconnaît dans la tradition iconique de l’Orient une sorte d’expression “canonique” de notre foi, une expression qui dépasse les modes et les fluctuations culturelles du langage artistique chrétien. L’icône n’est pas à-temporelle, elle connaît des variations stylistiques, des écoles, des “colorations culturelles”, elle n’est pas statique et immobile, comme on le lui a souvent reproché. Quel est donc le secret de son attrait, la clef de compréhension de son mystère, et la raison de sa grande stabilité d’expression ?

Je pense que la raison ultime en est le Mystère du Christ lui-même, Verbe Incarné, Dieu fait homme, devenu “circonscriptible”, comme l’aime dire les saints défenseurs des images, S. Théodore le Studite et S. Nicéphore de Constantinople. Au-delà de toutes les influences culturelles, des attaches à des traditions iconographiques préchrétiennes, des variations artistiques il y a un fond commun, une source unique de l’art de l’icône : c’est le mystère de la Sainte Face du Christ Jésus.

Il y a ce visage unique, il y a ce Jésus que les apôtres ont connu, avec qui ils ont mangé et bu, qu’ils ont vu transfiguré et bafoué, rayonnant de la gloire divine du Tabor, et flagellé et couronné d’épines. C’est ce visage unique, de Jésus, fils de Marie, Fils de Dieu, qui s’est gravé dans la mémoire de Pierre. C’est le regard de Celui que Pierre venait de renier, et qui le regardait d’une façon que rien au monde n’a pu enlever de la mémoire et du cœur de Pierre.

Ce Jésus est le fondement de l’Icône, de sa fidélité (que certains caractérisent – plus exactement caricaturent – d’immobilisme), de son attrait inchangé. C’est parce que c’est l’icône du Christ, qu’elle attire. C’est parce que nous voulons voir le Christ que l’icône nous parle. C’est parce que les fidèles (et même souvent les non croyants) peuvent dire, en regardant une icône du Christ : « C’est Jésus ! » que l’icône leur parle. Ce n’est pas tant la qualité artistique, encore qu’elle soit importante et à ne pas négliger puisqu’elle est une vraie médiation pour la rencontre avec le Christ, ce n’est donc pas tant la hauteur de l’œuvre d’art qui compte, mais la force de la présence du Christ lui-même qui importe dans l’art de l’icône.

Je n’entre pas ici dans les débats sur l’esthétique des icônes, sur l’aspect proprement artistique. Il y a pour cela de bonnes études savantes. J’attire votre attention sur un fait étonnant qui m’avait frappé quand j’étudiais la littérature du VIIIe et IXe siècle de la controverse iconoclaste, la grande lutte pour ou contre les saintes images en christianisme. En toute cette littérature je n’ai trouvé trace d’un débat esthétique. La question de la beauté des saintes images ne joue pratiquement pas de rôle. Du moins je n’en ai rien trouvé (cf. mon L’icône du Christ. Fondements théologiques, Paris 20034, 235). Comment expliquer cela ? J’en ai donné une première explication dans “L’icône du Christ” : « Cette absence de considérations esthétiques s’explique, nous semble-t-il, par le fait que, de part et d’autre, il n’était à aucun moment question de mettre en doute la légitimité de l’art comme tel. Le débat [de l’iconoclasme] portait uniquement sur l’extension de l’art au-delà du domaine profane, dans le domaine sacré » (loc. cit.). Les iconoclastes admettaient l’art, comme l’islam, mais il devait se limiter strictement au domaine profane. L’iconoclasme était, d’une certaine façon, une sécularisation radicale de l’art, une désacralisation de l’activité artistique, réduite au pur décor, à l’ornement de la vie profane. Mais derrière ce rejet de tout caractère de l’art il y a plus qu’une sécularisation de l’activité artistique. Il y a une certaine conception de ce qui est “chrétien” et donc de ce qu’est le Mystère du Christ. Il est significatif à cet égard de constater que tout le débat pour justifier l’art Chrétien, les images sacrées du Christ et de ses Saints, a tourné autour du Mystère du Christ.

J’ai été frappé, en étudiant la controverse sur les images, par la netteté avec laquelle les défenseurs des images ont vu en ce débat non pas une question d’esthétique, mais avant tout christologique. Les pères du IIe Concile de Nicée (787) en étaient bien conscients. Pour eux, l’affirmation de la légitimité de l’icône du Christ était comme le sceau apposé à la confession de sa divinité (Nicée I) et de sa divino-humanité (Chalcédoine). L’Église Orthodoxe célèbre la victoire définitive des défenseurs des images en 843 comme “le triomphe de l’Orthodoxie”, célébré liturgiquement chaque année le premier dimanche de Carême.

L’icône du Christ – résumé de la foi chrétienne ! Cela peut paraître exagéré. À regarder de plus près ce n’est nullement le cas. Permettez-moi de dire brièvement pourquoi, et cela en deux étapes.

1) Un nouveau regard

À la fin de mon enquête sur les fondements théologiques de l’icône du Christ, je tirais cette conclusion : « Il y a une corrélation entre la vision du mystère divino-humain du Christ et la conception de l’art. En effet, l’Incarnation n’a pas seulement transformé la connaissance de Dieu, elle a également changé le regard de l’homme sur le monde, sur lui-même et sur ses activités dans le monde. Dès lors, l’activité créatrice des artistes ne pouvait pas ne pas être touchée, transformée par l’attrait du mystère de l’Incarnation. Si le Christ est venu pour renouveler l’homme tout entier, le recréer selon cette image dont il est lui-même le modèle, ne fallait-il pas que le regard, la sensibilité, la créativité des artistes soient, eux aussi, recréés à l’image de celui ‘pour qui tout a été créé’ ? Vu sous ce jour, l’effort pour cantonner l’art dans le ‘profane’ doit apparaître comme une crise profonde de la vision théocentrique du monde et de l’homme » (op.cit., 236).

Il y a une possibilité de vérification de cette thèse, qui est d’une actualité croissante : le rapport de l’Islam à l’art sacré. Je ne suis nullement spécialiste en cette matière, mais je fais confiance à des études compétentes. Si l’Islam rejette, en général, l’image anthropomorphique et ne laisse de la place qu’à l’ornement et surtout à l’écriture, cela n’est pas d’abord le résultat d’une théorie artistique et esthétique, mais la conséquence directe de sa vision du Dieu unique qui n’a, en ce monde, aucune similitude, que rien ne peut représenter, figurer, et même, d’une certaine façon, symboliser. J’ai été frappé, lors de mon voyage en Iran (2001), avec quelle insistance on m’a expliqué que je ne devais pas parler de l’homme-image de Dieu. Ce qui, pour la foi judéo-chrétienne, est une évidence, confirmée intensément par le mystère de l’Incarnation, que l’homme soit vraiment ad imaginem et similitudinem de son créateur, l’islam le rejette fermement. Dieu est unique et sans pareille : La Súrat al-Tawhíd (Cor. *CXII) que tout musulman prononce chaque jour, dit ceci : « Dis : il est Dieu, l’Un, Il est Dieu, l’Unique, Il n’a pas engendré, Il n’a pas été engendré. Il n’a nulle pareille » (plus exactement “nulle adéquation”).
Il n’y a donc aucune représentation de Dieu dans le monde. L’aniconisme de l’Islam n’est pas d’abord une théorie esthétique. C’est une conséquence de la religion islamique d’un Dieu que rien ne peut représenter. Seule la lumière, dans la mosquée, le nikràb, serait, selon des connaisseurs, une évocation métaphorique du divin. Or la lumière est justement sans aucune forme ni figure (cf. Assadhullah Souren Melikien Chirrani, L’Islam, le Verbe et l’image, dans F. Boes pflug – N. Lossky [ed.] Nicée II. 787-1987. Douze siècles d’images religieuses, Paris 1987, 89-117).

Il en est autrement de la foi chrétienne. Parce que le Créateur parle par sa créature, les traces du divin sont “lisibles”, non sans difficulté certes, mais réellement. C’est surtout l’homme, véritable lieu-tenant de Dieu dans sa création, qui est à l’image de Dieu. Son œuvre parle de Lui, surtout l’homme. L’interdiction de l’image dans l’Ancienne Alliance a un sens plus pédagogique qu’ontologique. Parce que le cœur de l’homme est une fabrique d’idoles, il fallait extirper toute tentation d’idolâtrie. Mais fondamentalement, Dieu se fait connaître par ses œuvres. C’est là la porte d’entrée de l’art sacré.

Le Mystère divino-humain du Christ approfondit cet ordre de la création, lui donne sa stature définitive. Il y a vraiment un visage humain qui soit “l’icône du Dieu visible” (Col 1, 15). Parce que le Verbe s’est fait chair, parce que le Christ, de condition divine, a pris la condition d’esclave et a fait sienne son humanité concrète, les réalités humaines, les choses de ce monde sont devenues lieux de Sa présence, capables d’être son expression, sa trace, son langage.

Pour moi, les tableaux du Carravaggio sont une manifestation exceptionnellement dense de ce fondement “divino-humain” de l’art qui s’est développé sur le sol chrétien. La madonna dei pelegrini de S. Agostino à Rome en est pour moi un exemple saisissant. Les pèlerins à genoux, pieds-nus (et pleins de poussière) devant cette matrone avec un enfant déjà trop grand pour être tenu dans les bras de sa mère : tout cela respire un réalisme “charnel” (dirait Charles Péguy) qui pourrait choquer (et qui a choqué) comme manquant de sens et de dimension sacrés. Or c’est précisément le réalisme de l’incarnation qui permet d’approcher le Saint, le Christ et sa Mère de cette façon si proche de la terre.

La foi chrétienne en l’incarnation est à la source d’un art qui se penche avec tant d’attention sur les choses de la terre. J’ose penser que le grand développement de l’art, sacré et profane, en terre de chrétienté s’inspire (sans renier d’autres sources) avant tout de ce oui inouï à la terre qu’est l’Incarnation du Fils de Dieu. Ce Oui au concret, à la matière, au monde visible est à la racine de cette créativité explosive que connaît l’art d’Occident. J’admets bien volontiers que cette thèse mérite des approfondissements que nos groupes de travail pourront ébaucher.

2) Le Christ est la Beauté

J’ose aller encore un peu plus loin. Nous connaissons l’enseignement classique sur les “transcendantaux”, le vrai, le bon, le beau. Tous ces attributs ne sont pas extérieurs à Dieu. Ils sont Dieu lui-même. Il est la Vérité et le Bien, il est Amour, il est Beauté. Vérité et Bonté, Amour et Beauté sont, comme disent les scholastiques, convertibles et coïncident avec l’Être même de Dieu.
Toute beauté créée et une participation à la beauté infinie de l’être de Dieu. Si cela est vrai, il faut faire un pas de plus et dire que le Verbe, en se faisant chair, a pour ainsi dire “incarné” la bonté et l’amour, la vérité et la beauté infinie de Dieu. Le Christ est “le plus beau des enfants de l’homme” non pas à cause de ses qualités esthétiques particulières, mais parce qu’il est la beauté incarnée de Dieu. Tout son être est amour et vérité, bonté et beauté.
S’il est donc vrai que le Christ peut dire de lui-même : « Je suis le Chemin, la Vérité et la Vie », il peut tout aussi justement dire « Je suis la Beauté ». Le Christ peut dire de lui-même ce que seul Dieu peut dire : « Je suis ». L’Être, le Vrai et le Bien sont, selon le terme scholastique, “convertibles”. Si le Christ est la Vérité et la Bonté, il est aussi ce qui est leur splendeur : la Beauté : Splendor Veritatis, Splendor Boni !

Pour résumer ce deuxième pas de notre petite réflexion je dirai, en variant une parole de S. Irénée qui disait : « Le Christ, en venant, a apporté avec lui-même, toute nouveauté » : « Le Christ, en son Incarnation, a apporté avec lui toute Beauté. C’est Lui la mesure de la Beauté, c’est lui qui apporte, avec sa venue, un nouveau regard sur la beauté. Il est, pour ainsi dire, “le canon de la Beauté”. Il n’a pas seulement rétabli la beauté originelle de la création perdue et profanée par le péché et le mal, il a apporté, en sa propre personne, la source de toute beauté. De lui s’épanchent sur le monde les eaux vives de la beauté. Et toutes les beautés du monde, qu’elles soient beautés de la nature, de la vertu ou de l’art, sont des rayonnements de Sa Beauté.

« Tu es le plus beau des hommes », cette parole du psaume royal, lue comme une annonce du Christ, ne veut pas dire que Jésus serait, selon des critères préétablis par une esthétique mondaine, le plus parfait modèle de beauté. « Tu es la source de toute beauté humaine ». En toi nous est révélé ce qu’est la beauté, et de toi nous recevons le regard pour la voir, les critères pour la discerner et la force pour l’imiter et la rayonner.

3) Le Christ nous entraîne sur le Chemin de Sa Beauté

Il nous faut donc regarder, contempler le Christ, source de la Beauté divine, rendue accessible par son Incarnation.
J’ose vous proposer une conviction qui est une intuition dont je crois qu’elle se vérifie de mille manières : « Là où est le Christ, là est la beauté ». Là où les cœurs, les esprits, les vies s’ouvrent au Christ, là les vannes de la beauté s’ouvrent et se déversent comme des flots vivifiants sur un monde avili par le péché, défiguré par la laideur du mal.

Depuis 2000 ans cela se vérifie, et je pense que tout le sens de notre colloque préparatoire à la rencontre de la Pentecôte a ce sens : regarder comment les semences de beauté que sème le Christ, croissent et portent du fruit.
Il faudra d’abord se pencher sur ce qui est le plus beau fruit de la Beauté du Christ : la Sainteté. Il n’y a de plus forte évidence de la Vérité et de la Bonté divino-humaine du Christ que cette voie lactée, cette nuée lumineuse des saints sans nombre que le Christ a entraînée à sa suite. Il n’y a rien de plus beau au monde que la Sainteté. Des saints on peut dire ce que l’épître aux Hébreux dit du Christ : ils sont comme le “resplendissement de sa gloire” (Hebr 1, 3). Je pense qu’il suffit de le dire pour qu’on se rende à l’évidence.
À maintes reprises le Cardinal Ratzinger, grand ami et connaisseur de la tradition franciscaine, a attiré l’attention sur ce fait impressionnant : le Poverello d’Assise, en ne cherchant qu’à suivre le Christ pauvre et humilié, a provoqué, non seulement un grand mouvement spirituel dans l’Église. Il a aussi suscité une traînée lumineuse de beauté artistique. Giotto, Cimabue, pour ne mentionner que ces deux-là, figurent pour une véritable explosion de créativité artistique qui constitue, jusqu’à nos jours, le plus grand trésor artistique de l’Europe, et j’ose dire, du monde. Le Christ, en suscitant par son Esprit, tant de sainteté, est aussi la source vive de tant de beauté artistique. Comment peut-on fermer les yeux devant cette évidence ?

Dans sa pièce « Fratello del Nostro Dio » sur le Saint Frère Albert, Karol Wojtiła, le vénéré pape Jean-Paul II, parle de « cette autre beauté, celle de la miséricorde ». Comment ne pas voir cette évidence : le Christ a donné au monde “cette autre beauté, celle de la miséricorde”. Que serait notre monde sans la réalité de la miséricorde ? Parce que nous en vivons tous, consciemment ou inconsciemment, nous risquons de ne plus voir à quel point la beauté de la miséricorde rayonne en notre monde de dureté et d’inhumanité, à partir de ce foyer inépuisable d’amour qu’est le cœur de Jésus.
Qu’il suffise ici pour la suite de nos travaux d’avoir indiqué ces trois voies lumineuses de la Beauté du Christ : la Sainteté, l’art qui en est inspiré et la miséricorde qui en rayonne.

Pour conclure je vous propose d’abord un texte de S. Augustin, commentant le Psaume 44 (45), le verset 3 : « Tu es beau, le plus beau des enfants des hommes ». Il y a d’autres passages que nous pourrions citer, surtout ce texte très fort du commentaire de S. Augustin à la première lettre de S. Jean, parlant des deux textes bibliques apparemment contradictoires, celui du Psaume 45 (44), que nous venons de citer, et celui du 4ème Chant du Serviteur qui était « sans beauté ni éclat pour attirer nos regards, sans apparence qui nous aurait séduits, objet de mépris, abandonné des hommes, homme de douleurs… » (Is. 53, 2-3). Le Saint-Père les a admirablement commentés, dans un message au Meeting des Peuples à Rimini en 2002. Il y aurait bien d’autres textes des Pères sur le contraste entre ces deux oracles prophétiques, qu’il nous suffise de citer celui des Enarrationes in Ps 44 de S. Augustin : « même là, si tu veux considérer la miséricorde qui l’a fait s’incarner, il est beau ».

Est beau ce qui est du Christ : c’est ainsi que nous pouvons résumer ce texte de S. Augustin. C’est beau parce que c’est du Christ. Parce que tout en Lui rayonne la justice, la miséricorde, l’amour.
Comment rendre plus évidente cette affirmation ? Le Padre Pio était-il beau ? Sans doute non, selon les critères du monde ; sans doute oui selon la beauté du Christ. Sorin Dumitescu, un artiste exquis (et un éditeur courageux), peintre d’icônes contemporaines, a publié un calendrier avec douze photos en grand plan de Starez roumains orthodoxes. La beauté de ces vieux visages aux rides profondes, est une preuve éclatante de ce qu’est la beauté du Christ.

Je pourrais multiplier les exemples, et vous aussi. Je m’arrête là avec deux questions qui m’inquiètent :
1) Pourquoi tant d’art sacré de nos jours est si laid ? Le musée du Vatican pour l’art sacré moderne me laisse perplexe et même interdit. Que s’est-t-il passé pour que l’art sacré soit si loin de ses grandes expressions du passé ? Est-ce la crise générale de l’art, de la culture de notre temps ? Faut-il réapprendre à trouver les expressions du Mystère du Christ chez des artistes qui peuvent sembler loin de la foi ? Y a-t-il des signes d’une reprise authentique de l’art inspiré par le mystère du Christ ?

2) Pourquoi la liturgie a-t-elle tellement perdu du sens de la beauté ? Pourquoi tant de mauvais goût dans tout ce qui entoure la célébration du Mystère de la foi ? Ne devrait-il pas générer la plus belle des beautés ? D’où vient ce “paupérisme”, ce “misérabilisme” dans tant de nos expressions liturgiques ? Est-ce la perte du sens du sacré ? Ou est-ce plus profondément un affaiblissement de la présence, de la perception du Mystère du Christ ? Manquons-nous d’enracinement dans le Christ, source de la Beauté, Beauté-même ?
Deux questions qui ne laissent dans la perplexité. Il ne faut pas les esquiver, il ne faut pas non plus s’en laisser emprisonner. Car il se peut que la beauté du Christ soit cachée dans la pauvreté de nos expressions culturelles. Peut-être faut-il creuser plus profondément, pour retrouver la source de la Beauté. Elle ne cesse de couler, mais elle peut être plus cachée, plus obscure en ces temps d’obscurcissement. Laissez-moi terminer avec un souvenir-clef pour moi : [ Dominique Pomeau, lors d’un colloque sur l’art sacré au Mans : “C’est la messe” ]

Oui, le Christ est là, toute sa Beauté est là, cachée sous le voile des pauvres signes de ses sacrements ; enfoui sous le tas de nos misères pécheresses, mais réellement présent. À nous d’aller à sa recherche, de creuser pour trouver la source vive dans les déserts de notre temps. La beauté du Christ est là. J’ose paraphraser une parole du Seigneur : N’allez pas dire : elle est ici, elle est là. Ma beauté est au milieu de vous !

 

 

 

 

"La beauté d'être Chrétiens" (testo in francese)
di S. Em. il Card. Marc Ouellet, Arcivescovo di Québec e Primate del Canada


Qui dit beauté évoque spontanément soit un paysage, une œuvre d’art, un exploit sportif, un geste d’amour ou soit d’autres symboles qui attirent et mobilisent le cœur et les énergies des êtres humains. Le beau est ce qui plaît et attire, écrivait jadis Platon. La beauté évoque l’harmonie, la singularité et même l’unicité, et en même temps elle implique la diversité car on ne peut apprécier l’unicité d’un geste ou d’une œuvre qu’en fonction d’un ensemble dans lequel ce geste ou cette œuvre se détachent et ressortent avec un caractère d’exception, de splendeur, en un mot de miracle. Pensons à la Pietà de Michel-Ange ou à la Symphonie Jupiter de Mozart.

La beauté de la relation d’amour entre la mère et l’enfant ressort sur le fond des multiples relations sociales d’échange, de partage et de service qui n’ont pas l’intimité, la permanence et l’intensité du rapport mère-enfant. Il en est de même des noces qui demeurent, malgré les difficultés croissantes à notre époque, l’un des symboles les plus beaux de la vie humaine, tant par la relation d’amour qu’il suppose que par le sens de la vie qu’il célèbre. Dieu s’en sert de préférence pour dire son mystère d’alliance avec la créature sortie de ses mains.

Au plan théologique, la perception du beau (la gloire) dépend de la révélation divine et des conditions qu’elle pose et suppose pour être saisie par l’esprit humain. Hans Urs von Balthasar estime que c’est précisément sous l’angle de la beauté que la manifestation de Dieu dans l’histoire apparaît dans sa spécificité absolue. L’action de Dieu dirigée vers l’homme dans le Christ, écrit-il, « n’est digne de foi qu’au titre de l’amour, nous voulons parler du propre amour de Dieu dont la manifestation est celle de la gloire divine» ; le christianisme, dans sa réflexion sur lui-même, «ne peut être compris que comme l’amour divin se glorifiant lui-même» .

Les conditions de perception de cet amour requièrent, dans le langage de Saint Thomas, une certaine connaturalité entre le sujet et l’objet. Pour percevoir l’amour divin en sa gloire spécifique, il faut plus que la capacité naturelle d’admirer la beauté des choses, des œuvres d’art ou des relations humaines. Il faut un don de l’Esprit Saint qui suscite en l’homme la foi, la foi de l’Église, une foi divine et catholique. Une foi qui n’est pas seulement l’assentiment de l’esprit à des vérités abstraites ou un élan affectif de pure confiance dans le mystère. Une foi christologique, qui participe à la manière de voir de Jésus, à son attitude foncière d’accueil de la volonté du Père et d’obéissance d’amour jusqu’à l’extrême. Une telle foi ne s’acquiert pas par imitation mais par communication gratuite de l’Esprit Saint. Elle est un don jaillissant de la beauté du Christ, de sa résurrection d’entre les morts.

Car la résurrection du Christ est le resplendissement de la Gloire trinitaire. Elle témoigne d’un excès d’Amour au cœur de la Trinité qui fait irruption dans l’histoire. Répondant au don du Père qui engendre et livre son Fils par amour, et au don du Fils en retour, l’Esprit Saint fait éclater et resplendir dans la chair du Christ, la Gloire de Dieu comme Amour absolu. Le rayonnement de cette gloire sur la face du Christ annonce du même coup la réussite de l’Alliance entre Dieu et l’homme, la naissance de l’Église comme Épouse et Corps du Christ, et sa mission évangélisatrice embrassant tout l’univers.

On m’a assigné le thème de la beauté d’être chrétiens, au pluriel, car l’identité du chrétien n’est jamais purement individuelle, elle implique toujours les autres puisque nous sommes créés et recréés en Jésus Christ, à l’image et ressemblance du Dieu trinitaire. Ce thème est fascinant mais peu fréquenté et redoutable parce qu’on préfère traditionnellement présenter le christianisme sous l’angle de la vérité et de la bonté plutôt que sous celui de la beauté. Je ne pouvais l’aborder sans l’introduire comme je viens de le faire, en évoquant au moins la Gloire de Dieu manifestée dans la résurrection du Christ.

Mais l’esthétique est-elle une voie vraiment féconde pour l’Église d’aujourd’hui ? Kirkegaard a mis en garde contre la superficialité du stade «esthétique» de l’existence, celui du dilettante qui n’engage pas sa personne de façon profonde et durable. Certains aspects du christianisme actuel, déraciné de ses forces vives, ne risquerait-il pas alors de rester figé dans une situation de résidu culturel d’un autre âge ? La beauté a-t-elle assez de poids pour faire redémarrer en force l’évangélisation, dans un monde assoiffé de valeurs mais détourné d’un Dieu qu’il suppose connu et dont il ignore en fait la Parole et le visage ? Je pose cette question comme un défi auquel nous sommes tous confrontés et qui met en jeu non seulement un engagement social pour une cause mais une réponse dramatique de toute la personne et de toute l’Église à l’amour absolu manifesté en Jésus Christ.

J’ose toutefois risquer comme hypothèse ou comme pari que la voie de la beauté entendue en ce sens radical me semble être celle des mouvement ecclésiaux (ME) et des communautés nouvelles (CN). Au début du troisième millénaire ne sommes-nous pas appelés à repartir de la beauté du Christ ? Ne devons-vous pas notre élan et notre force d’attraction à une nouvelle perception de la beauté du Christ ? À l’exemple de Saint François au Moyen Age, qui s’est mis à réparer la beauté de l’Église après sa rencontre du Crucifié de Saint Damien ! Je suis très honoré et profondément reconnaissant d’avoir la chance de participer à ce congrès. Puisse-t-il marquer une nouvelle étape dans la croissance des ME et des CN au service de la mission de l’Église.

LA BEAUTÉ DE L’ÉGLISE, UN PROGRAMME ?

D’entrée de jeu je dirais que le thème de la beauté qui encadre la réflexion de cette assemblée revêt une valeur récapitulative et programmatique, d’autant plus qu’il a été tiré de la première homélie de notre bien-aimé Saint Père Benoît XVI.
Une valeur récapitulative parce qu’il suppose les acquis mis en lumière lors de son intervention magistrale au Congrès de 1998. Sa leçon théologique sur la les charismes dans la tradition a servi alors à mieux situer théologiquement les mouvements et les communautés nouvelles et à faire reconnaître universellement leur identité et leur apport original. Les balises qu’il a posées demeurent capitales pour mener à bien la réforme et le renouveau actuel de l’Église dans la ligne conciliaire d’une «herméneutique de la continuité» .

Dans sa première encyclique, Benoît XVI a choisi de miser sur la beauté en traitant de l’harmonie entre l’amour divin et l’amour humain. L’écho très positif qu’il a reçu indique la pertinence de son choix qui veut «susciter dans le monde un dynamisme renouvelé pour l’engagement dans la réponse humaine à l’amour divin» . Nous sommes donc entraînés par lui à vivre sous le signe de la beauté de l’amour et à communiquer la joie de croire qui nous habite. Mais n’appelons pas cela un programme car il s’agit d’une grâce, la grâce de la sainteté. Le Saint Esprit la donne à qui Il veut et il ne la refuse pas à qui en fait son humble prière quotidienne.


APERCEVOIR ET ÊTRE RAVI PAR LA FIGURE DE JÉSUS CHRIST

Hans Urs von Balthasar a longuement médité la révélation chrétienne du point de vue de la beauté. Son Esthétique théologique en sept volumes a été écrite pendant qu’à Rome les Pères du Concile Vatican II vivaient la grande Pentecôte qu’il a appelée : Le Concile de l’Esprit Saint. Balthasar a choisi d’envisager la révélation chrétienne sous cet angle avec la ferme conviction que le point de vue de la gloire (le nom théologique de la beauté) est le plus englobant et permet de mettre en évidence l’originalité et la force d’attraction de l’expérience chrétienne : «Celui qui à son nom, fait la moue, écrit-il, comme si elle était le vain ornement d’un passé bourgeois, on peut être sûr que –en secret ou ouvertement—il ne peut déjà plus prier, et bientôt ne pourra plus aimer» .

Son intuition centrale est résumée dans le petit livre intitulé L’Amour seul est digne de foi où il montre comment la voie du beau rencontre les aspirations les plus profondes du cœur humain mais en visant, par delà ses besoins affectifs et rationnels, la dimension la plus profonde de l’être où la personne répond à l’appel de l’amour gratuit manifesté en Jésus Christ. Suivons-le sur cette voie en commençant par deux autres considérations préliminaires, l’une d’ordre méthodologique et l’autre d’ordre historique afin de situer notre démarche dans le contexte actuel des cultures sécularisées. Von Balthasar introduit ainsi sa méthode esthétique : «Si tout ce qui est beau se trouve objectivement au croisement de deux facteurs que saint Thomas appelle species et lumen, figure et éclat, la rencontre de la beauté est caractérisée par ces deux facteurs : apercevoir et être ravi» .

Apercevoir la figure de la gloire de Dieu sur la face du Christ et être ravi par son éclat au point de sortir de soi-même, d’être désapproprié et mis au service de l’amour trinitaire dans l’Église. Voilà en quelques mots l’expérience chrétienne du beau qui consiste en une perception et un ravissement jaillissant d’une véritable rencontre personnelle. «À l’origine du fait d’être chrétien, écrit Benoît XVI dans sa première encyclique, il n’y a pas une décision éthique ou une grande idée, mais la rencontre avec un événement, avec une Personne, qui donne à la vie un nouvel horizon et par là son orientation décisive» . Cette affirmation fondamentale dès le premier paragraphe donne à son encyclique une orientation résolument esthétique dans le sens théologique le plus fort, qui invite d’abord à l’adoration, mais qui inclut aussi le don total de soi à la suite du Christ, la diakonia, pouvant aller jusqu’au martyria .

Il est urgent aujourd’hui d’explorer cette voie de la beauté car le point de vue de la vérité et de la bonté rejoint moins vivement l’homme actuel imbu de scepticisme et de relativisme. Il lui semble en effet, à tort ou à raison, que l’affirmation de la Vérité a engendré historiquement l’intolérance et que l’imposition d’un Bien moral universel est incompatible avec sa liberté. Entre la Vérité, la bonté et la liberté, l’harmonie est rompue et la tâche des chrétiens consiste à restaurer cette harmonie à partir de la rencontre vivante du Christ qui éveille le cœur de la personne et donne sens à sa vie en l’ouvrant à la totalité du réel .

Le problème le plus grave qui affecte les cultures sécularisées est le repli sur soi narcissique qui vicie les rapports humains authentiques et pollue l’atmosphère générale de la société . Il suffit par exemple de constater la dérive des coutumes, des mœurs et des lois touchant la famille pour mesurer les conséquences sociales et culturelles de la rupture de relation vivante avec le Dieu de Jésus Christ.

Cela m’amène à l’autre considération d’ordre historique pour aborder le thème de la beauté d’être chrétiens à partir de leur condition dans le monde. Cette condition est dramatique, elle implique une lutte jamais finie avec l’esprit du monde. La Lettre à Diognète nous la décrit d’une façon qui n’a rien perdu de son actualité. Extérieurement, la condition des chrétiens est identique à celle de leurs contemporains mais intérieurement ils se trouvent souvent en situation de tensions et de conflits avec le monde ambiant: «Ils aiment tout le monde, et tout le monde les persécute. On ne les connaît pas, mais on les condamne ; on les tue et c’est ainsi qu’ils trouvent la vie. Ils sont pauvres et font beaucoup de riches. Ils manquent de tout et ils ont tout en abondance. On les méprise et dans ce mépris, ils trouvent leur gloire». Les chrétiens «sont dans la chair mais ils ne vivent pas selon la chair», « ce que l’âme est dans le corps, les chrétiens le sont dans le monde». «L’âme aime cette chair qui la déteste, ainsi que ses membres, comme les chrétiens aiment ceux qui les détestent». Et l’auteur conclut d’un mot qui résume tout : «Le poste que Dieu leur a fixé est si beau qu’il ne leur est pas permis de le déserter» .

Ayant déblayé un peu le terrain, venons-en maintenant au cœur du sujet, au cœur de la beauté d’être chrétiens au pluriel, tout en étant conscient que ce pluriel ne s’oppose pas à l’unicité, car l’amour divin qui rayonne sur la face du Christ et des chrétiens ses disciples, rend chacun unique et original. Il éveille le «je» de chacun et chacune en ce qu’il a de plus personnel et libre.

Disons encore davantage. L’unicité du christianisme par rapport à toute autre religion consiste dans le fait paradoxal qu’il absolutise en quelque sorte le «je» de chaque personne tout en le relativisant, c'est-à-dire en le rendant pleinement relationnel. Je m’explique. L’image trinitaire de Dieu en l’homme, déjà perceptible dans les rapports familiaux naturels, appelle les personnes en communion à une donation mutuelle toujours plus grande. Cet amour mutuel tend à faire coïncider au maximum ---noblesse trinitaire oblige !—personne et amour, don de soi et réalisation de soi . Le «je» se trouve en se perdant dans le nous, où il se retrouve plus consistant qu’en lui-même. Demandez aux amoureux ce qu’ils ressentent quand ils sont contraints de se séparer et de renoncer à un amour impossible. Ils préfèrent la mort. Tristan et Yseult, Roméo et Juliette, en sont des expressions célèbres.

Revenons toutefois au cœur du sujet. Il porte un nom propre, un nom singulier mais en même temps universel, un nom auquel chaque chrétien et l’ensemble des chrétiens sont redevables. Un nom vénéré même par d’autres religions qui aspirent elles aussi à une plénitude que nous chrétiens sommes heureux et conscients d’appeler Grâce : Comblée de grâces !

COMBLÉE DE GRÂCES

«De génération en génération, écrit Benoît XVI, on continue de s’émerveiller devant ce mystère ineffable (de l’incarnation). Imaginant s’adresser à l’Ange de l’Annonciation, Saint Augustin demande : « Dites-moi donc, ange de Dieu, d'où vient à Marie cette faveur ? » La réponse, dit le Messager, est contenue dans les paroles mêmes de la salutation : « Je vous salue, pleine de grâce » (cf. Sermo 291, 6). Effectivement, l’Ange, en « entrant chez Elle », ne l’appelle pas par son nom terrestre, Marie, mais par son nom divin, comme Dieu la voit et la qualifie depuis toujours : « Pleine de grâce – gratia plena », qui dans l’original grec est « kecharitoméne », « pleine de grâce », la grâce n’étant rien d’autre que l’amour de Dieu, nous pourrions à la fin traduire cette parole par : « aimée » de Dieu (cf. Lc 1, 28). Origène observe que jamais un tel titre ne fut donné à un être humain, que rien de semblable n’est décrit dans l’ensemble des Saintes Ecritures (cf. In Lucam, 6, 7). Il s’agit d’un titre exprimé sous forme passive, poursuit le Saint Père, mais cette « passivité » de Marie, qui est depuis toujours et pour toujours l’« aimée » du Seigneur, implique son libre consentement, sa réponse personnelle et originale : en étant aimée, en recevant le don de Dieu, Marie est pleinement active, car elle accueille avec une disponibilité personnelle la vague de l’amour de Dieu qui se déverse en elle. En cela également, elle est la parfaite disciple de son Fils, qui à travers l’obéissance à son Père réalise entièrement sa propre liberté et précisément de cette manière exerce la liberté, en obéissant».

Évoquant ensuite la Lettre aux Hébreux, le pape fait ressortir la beauté de la structure sponsale de la nouvelle alliance : « Aussi, en entrant dans le monde, le Christ dit :… Me voici, mon Dieu, je suis venu pour faire ta volonté » (He 10, 5-7). Face au mystère de ces deux « me voici », le « me voici » du Fils et le « me voici » de la Mère, qui se reflètent l’un dans l’autre et forment un unique Amen à la volonté d’amour de Dieu, nous demeurons stupéfaits et, remplis de reconnaissance, nous adorons» .

Kecharitomenè en grec, Gratia plena en latin, Comblée de Grâces. Pourquoi avoir choisi ce nom au cœur de notre démarche ? Parce qu’on trouve en elle la beauté du «Tout dans le fragment», pour reprendre un autre titre du grand maître suisse. Le tout, c’est-à-dire Dieu, l’Église, l’humanité, la famille, en une femme préservée de toute tache originelle, parfaitement transparente de l’amour divin, couronnée d’étoiles au milieu des douleurs d’enfantement de la vie éternelle en nous. Une femme, Marie de Nazareth, Mère de Dieu et Mère de l’Église, qui vit en nous, ses enfants, et qui déverse en nous sa beauté incomparable.

Beauté de Marie, beauté d’être chrétiens dans l’unité avec elle, car ce qu’elle possède comme privilège unique, elle le répand sur nous intégralement par sa parfaite correspondance à l’Esprit trinitaire qui l’habite. L’Esprit Saint est en Dieu la Gloire de l’Amour (Saint Grégoire de Nysse). Il se donne et s’efface entre le Père et le Fils pour glorifier leur amour mutuel. Ainsi Marie, la Fille de Sion, vit dans l’unité de l’Église, en perichorèse avec le peuple de Dieu, depuis qu’elle a été élevée à son statut d’Épouse de l’Agneau par sa station debout au pied de la Croix. Marie communia alors profondément, dans la nuit de la foi, à l’abandon du Fils de Dieu, devenant ainsi associée à son abandon et donc féconde en lui et par lui de toutes les grâces qui procèdent de la croix et se déversent sur les âmes.

La beauté d’être chrétiens au pluriel passe ainsi d’elle en nous par osmose, moins par imitation que par enfantement, car les reproductions que nous sommes de sa beauté chrétienne, le sont par sa médiation efficace qui est l’œuvre de l’Esprit Saint. Cette expérience unique de Marie, expérience archétypique , est la réponse vivante de son Cœur immaculé à la grâce d’amour de Dieu : «la réponse de «l’épouse» qui, poussée par la grâce, s’écrie : «Viens» (Ap 22, 17) et «qu’il m’advienne selon ta parole» (Lc 1, 38) ; de l’épouse qui «porte en elle le germe divin» et par conséquent «ne pèche pas» (1 Jn 3, 9), mais «conserve avec soin tous ces souvenirs et les médite en son cœur» (Lc, 2, 19, 51) ; de l’épouse toute pure, que l’amour de Dieu a rendue dans son sang «toute glorieuse, immaculée» (Ep., 5, 26-27 ; 2 Co., 11, 2), et qui, placée en face de lui «comme humble servante» (Lc 1, 38, 48), «le regarde avec respect et soumission» (Ep. 5, 24. 33 ; Col., 3, 18) .

Le fiat immaculé et illimité de Marie accompagne l’événement de l’incarnation totale du Fils de Dieu, c'est-à-dire tous ses mystères depuis sa conception, sa naissance, sa passion et sa mort, jusqu’à sa résurrection, son don de l’Esprit Saint et finalement son Eucharistie qui engendre son corps ecclésial. La «Comblée de grâces», Vierge pure et féconde, est rendue passivement disponible et activement offerte par l’action prévenante de l’Esprit Saint, qui fait passer la fécondité divine du Christ en elle et d’elle en nous. En tous ces mystères qu’elle épouse et médite en son coeur, Marie «est désappropriée au profit de la communauté universelle», «son expérience elle-même lui est retirée en faveur de l’Église et des chrétiens : «Voilà ton fils» .

BEAUTÉ DE L’ÉGLISE – COMMUNION, PLÉNITUDE D’HUMANITÉ

Au long des siècles l’expérience chrétienne de la beauté s’est exprimée dans d’innombrables œuvres d’art d’ordre architectural, pictural ou musical, mais elle s’est incarnée avant tout dans la prière et l’action, par des gestes, des formes de vie, des vocations personnelles et communautaires, en un mot dans l’Église-communion, dont la mission est de rendre témoignage de l’Espérance qui l’habite. Les martyrs et les saints rendent un tel témoignage par leur fidélité à la forme archétypique originelle du témoignage de l’Église . Cette forme originelle est trinitaire, christologique et mariale : «C’est la gloire de mon Père que vous portiez beaucoup de fruit et deveniez mes disciples. Comme le Père m’a aimé, moi aussi je vous ai aimés. Demeurez dans mon amour» (Jn 15, 8-9).

Trois moments complémentaires de l’existence de Marie montrent cette forme en acte et le paradigme nuptial qui marque les rapports entre Dieu et son peuple : 1) le fait d’être aimé et d’accueillir la volonté divine ; 2) l’expérience de la fécondité dans l’Esprit Saint ; 3) l’accompagnement actif du Verbe incarné tout au long de sa trajectoire terrestre et de sa vie céleste. Les saints reproduisent en quelque sorte ce modèle qui éclaire toute la vie du peuple de Dieu et qui montre l’impact de la foi sur le sens et la beauté de l’existence humaine.

La communion aux mystères du Verbe incarné jette en effet une lumière décisive sur la beauté et la joie de l’existence humaine. Dieu au cœur de la vie humaine, la lumière de l’Amour qui confirme et accomplit l’humanité de l’homme et de la femme, à l’exemple de la Sainte Famille de Nazareth. Quelle bonne nouvelle pour notre monde en voie de déshumanisation ! Qu’il est beau de répondre à l’appel de l’Amour en chaque état de vie et d’être ainsi pleinement humain ! Qu’il est beau d’aimer chrétiennement sans retour sur soi, d’étudier, de travailler, de se marier, de se donner à Dieu dans le sacerdoce et la vie consacrée, de se dévouer pour les pauvres, les malades, les affligés. Sainte Gianna Beretta Molla confiait à son mari en feuilletant un magazine de beaux vêtements à la mode, peu avant son ultime sacrifice, qu’elle désirait une belle robe, si toutefois elle survivait à son épreuve. Les saints sont proches des petites choses de la vie. Le mystère de l’Incarnation les protège des spiritualités ésotériques. Car toutes les réalités de la vie humaine sont illuminées, nourries et transformées par la présence de Jésus au milieu de nous et par la splendeur de son mystère eucharistique : Dieu avec nous, l’Époux qui vient consacrer toute réalité humaine et tout rassembler dans l’unité d’un seul Corps et d’un seul Esprit.

Une des tâches des ME et des NC à l’heure présente du monde et de l’Église est d’éduquer, d’éduquer à une vie authentiquement humaine. Éduquer à une plénitude d’humanité qui commence par la famille, qui implique le respect intégral de la personne et la solidarité avec toute l’humanité sauvée en Jésus Christ. Que de saints laïcs, de saints couples et de saintes familles sont requis pour cette grande mission !


BEAUTÉ À RESTAURER : L’UNITÉ DES CHRÉTIENS

«Je vous exhorte donc, moi le prisonnier dans le Seigneur», écrit l’Apôtre Paul aux Ephésiens, «à vous comporter d’une manière digne de la vocation que vous avez reçue, en toute humilité, bonté et patience, vous supportant les uns les autres avec amour, et cherchant à garder l’unité de l’Esprit par le lien de la Paix. Un seul Corps, un seul Esprit…un seul Seigneur, une seule foi, un seul baptême. Un seul Dieu Père de tous, qui est au-dessus de tous, qui agit par tous et est présent en tous» (Eph. 4, 1-6).

C’est pour cette croissance dans l’unité qu’existent et se développent les ME et les CN, comme l’a rappelé le Saint Père Jean Paul II à la Pentecôte de 1998. Œuvrer dans l’unité pour témoigner du Dieu Amour qui s’est fait Parole et Sacrement dans l’Église. Œuvrer à l’unité par le signe de l’amour mutuel auquel on reconnaît les disciples de Jésus. Cet amour unit et réconcilie, il est une tâche et une responsabilité œcuménique, dans le respect des diversités légitimes et la repentance pour les blessures causées par la division des Églises.

Je vous livre un souvenir de la visite d’une délégation de l’Église grecque orthodoxe à Rome en mars 2002, la première visite officielle en mille ans, que j’ai eu le bonheur d’accueillir et d’accompagner au Vatican pendant une semaine. On ne pouvait pas prier ensemble, car d’un point de vue orthodoxe strict, on ne prie pas avec les hérétiques. Mais après l’audience avec le Saint Père Jean Paul II, nous sommes allé visiter la magnifique chapelle Redemptoris Mater, la chapelle de l’unité. Quand les six membres de la délégation ont vu et reconnu les saints d’Orient, leurs saints, avec les saints d’Occident qui encadraient la Mère de Dieu au centre, ils ont été ravis et ils se sont mis à chanter avec nous une hymne mariale que je n’oublierai jamais. Ce fut le sommet de la visite ! N’est-ce pas une invitation à rechercher l’unité par la beauté du mouvement œcuménique, ressourcé à l’école des saints et d’abord à l’école de Marie, la Mère de l’unité ?

UNE PÉDAGOGIE DE LA BEAUTÉ : L’EXEMPLE DES BREBIS DE JÉSUS

Avant de conclure, permettez-moi de récapituler en donnant un exemple de pédagogie de la beauté à partir d’un mouvement fondé à Québec il y a vingt ans et qui se répand maintenant dans une vingtaine de pays : le mouvement des Brebis de Jésus, fondé par une religieuse de Saint François, dont je reproduis ici le témoignage.

«Viens, tu compte pour moi, tu as du prix à mes yeux et je t’aime»

«Viens ! Au commencement, il y un appel, l’appel de l’Amour. À chaque réunion, une Brebis de Jésus s’entend appeler ainsi par son Berger. Tout origine dans le cœur de Dieu. C’est lui qui prend l’initiative. Viens ! Il y a là une invitation. La réponse à cette invitation fait entrer dans la beauté de l’amour qui l’inspire.

Tu comptes pour moi. Chaque enfant est appelé personnellement par son nom avec tendresse. Il est connu de Dieu. L’accompagnateur est invité à prononcer le nom de l’enfant au nom même du Christ. À chaque fois, il demande au Christ la grâce suivante : qu’en prononçant son nom, il puisse faire surgir le meilleur de lui-même. Qu’il puisse faire naître à ce qu’il y a d’unique en lui, à son identité profonde de créature et de fils de Dieu. Chaque enfant est un «original». La beauté de l’amour se traduit dans l’unicité.

Tu as du prix à mes yeux, un prix de très grande valeur, le prix du rachat qui la revêt d’une splendeur de gloire, d’une merveilleuse beauté. La Brebis de Jésus est invitée à se regarder dans le regard même du bon Berger qui a donné sa vie pour elle. C’est un long cheminement. Il ne faut pas se surprendre qu’un des fruits des rencontres soit la conversion de son propre regard sur soi-même. L’enfant dit : «Je m’aime davantage, j’ai plus confiance en moi».

Je t’aime. S’ouvrir à l’amour dont elle est aimée est l’objectif premier de la pédagogie des Brebis de Jésus. Cette déclaration d’amour traverse toute la bible et veut traverser la vie de toute personne.

«Qui regarde vers lui resplendira. Sur son visage, il n’y aura plus de honte».

Toutes les rencontres de Brebis de Jésus s’appuient sur la Parole de Dieu, une Parole entendue, accueillie, partagée, expérimentée. Guidé par l’Esprit Saint, l’accompagnateur se fait serviteur de la Parole. Il s’efface devant elle pour qu’Elle se donne à l’enfant et produise en lui les fruits du Royaume. C’est une école du regard, de décentrement de soi-même pour laisser la lumière d’en haut illuminer le fond de l’être. L’iconographie veut toujours traduire la lumière de la résurrection. Ainsi le baptisé, une Brebis de Jésus, est appelé à devenir une icône du Christ. C’est la grandeur et la beauté de sa vocation divine.

Comme elle est belle la Brebis de Jésus toute illuminée par la lumière de l’amour ! Resplendir cette lumière est aussi sa responsabilité. Il y a une étape dans le cheminement qui s’appelle «être reçu Brebis de lumière». C’est en même temps une lutte tellement difficile à mener. Il y a une fidélité personnelle à vivre pour garder sa lampe allumée. Bien des obstacles se dressent sur sa route pour éteindre sa lumière. ‘Tu exerces mes mains pour le combat. Tu m’entraînes à la bataille’. Il y a une beauté dans cette lutte. C’est celle de la fidélité ou de l’infidélité pardonnée, de l’abandon, de la remiser constante de soi à Dieu dans la confiance.

Il y a aussi cet engagement à rayonner la lumière, à la partager, malgré l’épreuve du chemin. Le chrétien est dans le monde mais n’est plus de ce monde. Il y a des Brebis de Jésus qui acceptent avec sérénité de faire rire de soi à cause de leur fidélité aux rencontres. Elles disent : «S’ils rient de moi, c’est parce qu’ils ne connaissent pas Jésus. S’ils connaissaient l’amour de Jésus, ils viendraient aux réunions, et ils seraient peut-être plus fervents que moi». Il y a une beauté dans ce regard sur l’autre, fait de pardon, de compréhension, porteur d’espérance. Plusieurs Brebis de Jésus vivent déjà un mystère de persécution. Le Christ flagellé et couronné d’épines est divinement beau. Seul l’amour peut contempler cette beauté.

Pour les grandes Brebis de Jésus qui persévèrent, un fil conducteur les guide. Elles entendent battre le Cœur de l’Agneau qui les invite à Le suivre. Cette intimité les met en communion profonde avec l’Église, notre Mère. Elles se cachent en son sein pour être nourries, pardonnées, vivifiées. Elles ne jugent pas l’Église, elles l’aiment et se livrent avec elle. Elles font partie des petits à qui les mystères du Royaume sont révélés. Elles ne font pas de bruit mais leur offrande quotidienne unie à celle du Christ élève le monde et hâte le retour de Jésus. Elles vivent la beauté de la vie eucharistique rendue possible par le sacrifice de l’Agneau».

Voilà ce témoignage des Brebis de Jésus, pris comme un exemple entre mille, qui recoupe sans doute, modestement, l’expérience pédagogique de plusieurs mouvements ecclésiaux et communautés nouvelles. Toute évangélisation féconde passe par l’appropriation personnelle et ecclésiale du Verbe fait chair qui transforme le regard du croyant sur Dieu, sur autrui et sur soi-même. Cette transformation réelle commence toujours par une vraie rencontre de Jésus et par la prière, la prière personnelle, la prière liturgique, laïque et monastique, dont la beauté éprouvée et toujours renouvelée, porte tant de fruits de paix, de conversion et d’espérance. Une transformation nourrie surtout de l’Eucharistie, source et sommet de l’évangélisation et de la vie de l’Église.

Et la prière ouvre aux pauvres et aux blessés de la vie, qui deviennent alors plus que les bénéficiaires de notre charité, mais nos bienfaiteurs et même nos maîtres, comme en témoigne Jean Vanier. Les pauvres sont depuis les origines la richesse de l’Église (Saint Laurent). Ne nous révèlent-ils pas silencieusement le visage du Crucifié, son appel à la compassion et le chemin de la première béatitude ?

«Comme le Père m’a aimé, moi aussi je vous ai aimés. Demeurez dans mon amour» (Jn 15, 8-9). Être aimé de Dieu en Jésus, demeurer dans son amour et porter ainsi beaucoup de fruit pour la joie de Dieu, voilà la beauté d’être chrétiens. L’amour de Jésus est donné en abondance et de façon très variée aux ME et aux CN, dans la joie de l’Esprit Saint, pour témoigner ensemble de la beauté du Christ et de l’Église. Chers amis, par votre réponse généreuse à l’appel universel à la sainteté, par votre adhésion ferme et sereine au Magistère de l’Église et par votre disponibilité enthousiaste pour évangéliser, vous êtes un beau et grand signe appelé à grandir et à se répandre dans le monde entier. Que vos charismes particuliers se développent dans l’unité et la paix, avec une vive conscience que l’amour divin toujours plus grand nous convoque à un vibrant témoignage qui soit digne de foi ! J’attends de vous ce témoignage à Québec, à l’occasion du Congrès eucharistique international du 15 au 22 juin 2008, auquel vous êtes tous très cordialement invités.

CONCLUSION

La beauté d’être chrétiens est une grâce qui découle de la beauté du Christ et de Marie-Église par le Don du Saint Esprit. Saint François résumait la grâce de sa vie par deux mots : Jésus et Marie ! Cette grâce est aussi une responsabilité, une mission, la mission d’évangéliser qui devient dans le monde actuel la priorité des priorités. Évangéliser en rayonnant la lumière de l’Amour par la prière, l’action, la passion et aussi par la raison et par l’art, comme en témoignait si bien Don Luigi Giussani, de regrettée mémoire. Évangéliser par le témoignage de foi et par l’exemple d’une vie pleinement humaine. Évangéliser aussi dans la persécution et l’épreuve, car notre maturité chrétienne et apostolique se mesure à notre disponibilité à souffrir pour le Nom de Jésus. L’amour n’est pas qu’un sentiment, il est une Personne, une vision et un engagement dans un mystère d’Alliance. C’est pourquoi la beauté d’être chrétiens culmine toujours et se ressource sans cesse dans le mystère eucharistique de l’Église.

«Nous sommes incessamment occupés à transformer et à réformer cette église d’après les besoins du temps, d’après les critiques des adversaires et nos propres modèles», écrit encore Von Balthasar; «mais ne perdons-nous pas de vue l’unique modèle parfait, l’archétype ? Ne devrions-nous pas, dans nos réformes, garder constamment le regard fixé sur Marie, nullement pour multiplier dans notre église les fêtes, les dévotions mariales, a fortiori les définitions, mais simplement pour savoir nous-mêmes ce que sont en réalité l’Église, l’esprit ecclésial, le comportement ecclésial ?» .

Le poste que Dieu a fixé aux chrétiens est si beau qu’ils ne peuvent pas le déserter, même s’il leur en coûte de communier à la passion du Seigneur pour entrer dans sa gloire. Restons donc au poste, oeuvrons ensemble dans la charité et l’unité, et pour croître en splendeur eucharistique, ouvrons-nous encore plus profondément à l’Esprit Saint afin que sa grâce, donnée en abondance, soit reversée par l’Église, Sacrement du Salut, sur l’ensemble de l’humanité. Comme le dit merveilleusement Saint Basile dans son traité sur le Saint Esprit, et je conclus avec lui : «De l’Esprit viennent la prévision de l’avenir, l’intelligence des mystères, la compréhension des choses cachées, la distribution des dons spirituels, la citoyenneté céleste, la danse avec les anges, la joie sans fin, la demeure en Dieu, la ressemblance avec Dieu, et le comble de ce que l’on peut désirer : devenir Dieu» .

 

 


Movimenti ecclesiali e nuove comunità nella missione della Chiesa: priorità e prospettive
(TESTO PROVVISORIO )

+ Angelo Card. Scola, Patriarca di Venezia


1. Inviati dallo Spirito di Gesù Cristo

«Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni (tà dógmata) prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. Le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno. Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, attraversata la Misia, discesero a Troade» (At 16, 4-8). Con pennellate rapide ma decise san Luca schizza i tratti essenziali della missione apostolica di Paolo, accompagnato, in questa fase, da Sila e Timoteo.
Dall’impeto missionario costituivo dell’esistenza dell’apostolo – il mandato, appunto - vengono generate le prime comunità dinamicamente presentate in questo passaggio del capitolo 16 e la cui vita è descritta dai famosi sommari iniziali del libro degli Atti: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento (didakē) degli apostoli e nell’unione fraterna (koinōnía), nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2, 42-47) .
Ogni realizzazione della vita ecclesiale – come documenta la storia bimillenaria del popolo di Dio – è caratterizzata dal permanente riproporsi dell’avvenimento personale e comunitario dell’incontro con Gesù Cristo. Per questo sarebbe del tutto illusorio riflettere insieme, seppur sommariamente, su priorità e prospettive dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità nella missione della Chiesa, senza chinarsi ancora una volta sui lineamenti costitutivi delle comunità cristiane all’opera nella storia.

a) Il protagonista: lo Spirito di Gesù Cristo
Protagonista indiscusso della nascita e della missione della Chiesa - il racconto di san Luca lo ribadisce continuamente - è lo Spirito Santo, che è sempre lo Spirito di Gesù Cristo . Il Concilio Vaticano II, richiamando una potente analogia coniata dai Padri della Chiesa, riprende con forza e sviluppa quest’insegnamento: «perché poi ci rinnovassimo continuamente in lui (cfr. Ef 4,23), ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale, unico e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo vita, unità e moto, così che i santi Padri poterono paragonare la sua funzione con quella che il principio vitale, cioè l'anima, esercita nel corpo umano» .
Infatti il Signore Gesù edifica la Chiesa, Sua Sposa, per opera dello Spirito Santo che a partire da Maria, icona della Chiesa tutta, rende possibile l’annuncio del Vangelo, la grazia della fede e la generazione sacramentale della nuova creatura. Lo Spirito di Gesù è il dono per eccellenza che, immettendoci nella comunione di amore tra il Padre e il Figlio, ci rende partecipi della vita stessa di Dio . La Chiesa, scrive san Cipriano, è il «popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» .
Concretamente questa vita donata dallo Spirito ai cristiani si manifesta attraverso la testimonianza personale e comunitaria. I fedeli possono invitare gli uomini e le donne di ogni tempo all’incontro con il Risorto nella comunità ecclesiale: «Venite e vedrete» (Gv 1, 39). In tal modo alla libertà di ogni singolo, sempre storicamente situata, è assicurata la possibilità, per opera dello Spirito, di incontrare il Risorto, accogliere la grazia della fede ed il dono della salvezza.
È significativo che, nel racconto di san Luca, l’insegnamento degli apostoli – il testo greco di At 16, 4 usa il termine dógmata (decisioni), che rimanda all’imprescindibile contenuto veritativo di questo insegnamento – sia connesso alla loro chiamata ad andare di città in città, in tutto il mondo. Viene qui messa in evidenza la doppia dimensione dell’apostolicità, cioè della missione . Essa è sempre ed inscindibilmente apostolicità di dottrina e di invio. Ad essa ha fatto riferimento nel Convegno Mondiale dei Movimenti Ecclesiali del 27-29 maggio 1998 l’allora Cardinal Joseph Ratzinger quando affermò che l’esistenza dei movimenti ha favorito un approfondimento dell’apostolicità della Chiesa . Non a caso il papato, garante ultimo dell’apostolicità, ha sempre mostrato lungo la storia particolare cura per queste nuove realtà, ai fini di mantenere le Chiese locali «ad immagine della Chiesa universale» .
Un’attenta cristologia pneumatologica consente di comprendere in che modo la cosiddetta stagione dei movimenti ha offerto a tutta la Chiesa una miglior autocoscienza della propria apostolicità. Un elemento portante del magistero di Giovanni Paolo II circa i movimenti documenta la bontà di quest’affermazione: «Più volte ho avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica, di cui i Movimenti sono un'espressione significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo» .

b) La co-essenzialità di dimensione istituzionale e dimensione carismatica
La genesi della Chiesa, come ben ci mostrano i Vangeli e gli Atti, sta nel gratuito incontro personale con Gesù Cristo che affascina l’uomo al punto da deciderlo ad una sequela radicale. Ne scaturisce una esperienza di amore per Cristo e per i fratelli carica di una bellezza che urge alla missione, la quale, in ultima analisi, sfocia sempre nell’invito al “vieni e vedrai”. Si capisce allora perché della Chiesa si debba parlare in prima e non in terza persona. La domanda ecclesiologica, adeguatamente posta, suona così: Chi è la Chiesa? E non già: Cos’è la Chiesa? .
Infatti l’iniziativa dello Spirito di Cristo chiama in causa la libertà del singolo e chiede la sua personale testimonianza . Possiamo immaginare la Chiesa come un’ellisse , i cui due poli sono: a) lo Spirito di Gesù che viene incontro e chiama; b) la libertà dell’uomo ad aderire. Le celebri parole di Ireneo identificano con chiarezza questo dinamismo pneumatologico della Chiesa: «In ecclesia posuit Deus (...) universam operationem Spiritus (…) Ubi enim Ecclesia, ibi et Spiritus Dei; et ubi Spiritus Dei, illic Ecclesia et omnis gratia» .
Ritornando ai due passaggi del libro degli Atti (16, 4-8 e 2, 42-47) che danno preciso conto di chi è la Chiesa nascente, che cosa vi troviamo? Oltre all’insegnamento degli apostoli, essi fanno riferimento alla koinōnía che sgorga dall’Eucaristia (frazione del pane) e dalla preghiera costante.
Il racconto dell’istituzione eucaristica (riportato nei Sinottici – cfr. Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 14-20 – e magistralmente proposto da Paolo in 1Cor 11, 23-26) mostra come in concreto si attua l’incontro, nello Spirito, tra Gesù Cristo e la libertà della persona. «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore – scrive Paolo – quello che a mia volta vi ho trasmesso» (1Cor 11, 23). Nell’Eucaristia gli apostoli trasmettono autorevolmente, in quanto testimoni diretti, l’insegnamento ricevuto da Gesù invitando uomini e donne alla koinōnía che implica la tendenza libera e gioiosa a mettere in comune la propria esistenza a partire dalla preghiera per arrivare fino ad aspetti non trascurabili della vita materiale.
Il dinamismo sinteticamente descritto è il nucleo costitutivo di ciò che in sana dottrina si chiama Traditio . Nella Catechesi dell’Udienza Generale del 10 maggio u.s. Papa Benedetto XVI ha efficacemente ricordato che questa Traditio «è la presenza permanente della parola e della vita di Gesù nel suo popolo». La Traditio pertanto, alla luce del libro degli Atti e dei racconti dell’istituzione eucaristica, si rivela come l’unità organica di un dinamismo permanente di natura ultimamente sacramentale (per questo oggettivo ed istituzionale) e di una dimensione personale (perciò non semplicemente individuale, ma sempre, in qualche modo, comunitaria) pure, in se stessa, permanente, ma le cui forme variano (dimensione carismatica legata al soggetto). Lo Spirito con la sua grazia le promuove entrambe. Con la prima garantisce l’oggettività della Tradizione ecclesiale, con la seconda ne favorisce la persuasività per il soggetto che la incontra e vi partecipa. Da una parte con i doni sacramentali ed istituzionali assicura permanentemente la presenza stabile della persona di Gesù Cristo; dall’altra, non lasciando mai mancare la dimensione carismatica mostra che Gesù muove persuasivamente la libertà dell’uomo nella varietà delle sue aspirazioni e nella pluriformità delle condizioni storico-culturali in cui egli vive . L’unica Traditio mediante il sacramento, la Parola e il regimen communionis assicura che lo stesso Gesù Cristo è annunciato a Calcutta, a Roma o a Douala; attraverso la pluriformità dei doni carismatici – ad esempio il carisma di Francesco piuttosto che quello di Domenico – persuade uomini dalle più diverse sensibilità.
L’affermazione del Santo Padre Benedetto XVI ben esprime il modo con cui lo Spirito del Risorto opera ed assicura la permanenza della presenza della parola e della vita di Gesù (dimensione sacramentale-istituzionale) in favore della vita del popolo di Dio guidato e sostenuto dallo stesso Spirito (dimensione carismatica). L’insegnamento di Giovanni Paolo II circa la co-essenzialità di dimensione istituzionale e dimensione carismatica costituisce un prezioso approfondimento della dottrina del Concilio Vaticano II - contenuta nella costituzione Dei Verbum – circa la “crescita” della Tradizione apostolica mediante l’assistenza dello Spirito Santo .
In proposito è importante notare che quando si parla di co-essenzialità di dimensione istituzionale e dimensione carismatica non si deve in alcun modo pensare a “due componenti” dalla cui sintesi dialettica scaturirebbe la realtà della Chiesa. La parola co-essenzialità indica, al contrario, l’unità duale propria dell’evento Chiesa in quanto tale: la Chiesa è sempre e in modo insuperabile l’evento ellittico (due fuochi, ma una sola ellisse!) di incontro tra la grazia di Cristo e la libertà dell’uomo che lo Spirito del Risorto assicura nella storia. Questo significa che quella istituzionale e quella carismatica sono dimensioni di ogni realizzazione della Chiesa: dalla Chiesa universale a quella locale, dalla diocesi alle parrocchie e dalle classiche aggregazioni di fedeli fino ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità. Ognuna di queste realtà, secondo la propria specifica natura, vive delle due dimensioni. È quindi pretestuoso, e alla fine errato, ridurre i movimenti nell’ambito della pura dimensione carismatica e relegare diocesi, parrocchie e aggregazioni classiche a quella istituzionale. Entrambe le dimensioni, con diverse gradazioni, sono costitutive di ciascuna e di tutte queste realtà .
Riconoscere, almeno in linea di principio , nella vita e nell’auto-coscienza della Chiesa, il dato della co-essenzialità della dimensione istituzionale e di quella carismatica significa far emergere con più chiarezza il chi della realtà ecclesiale. Si vede meglio il nesso antropologia ed ecclesiologia. Se ce ne fosse il tempo potremmo contemplare in proposito il mistero di Maria. È la prospettiva da cui Balthasar definisce la Chiesa come «l’unità di coloro che, schieratisi intorno al Sì immacolato di Maria (…) e in questo Sì formati, sono disposti e pronti a fare in modo che abbia a realizzarsi la volontà di salvezza di Dio su loro stessi e su tutti i fratelli» .
Superate le tentazioni derivanti dalla contrapposizione e dalla mera giustapposizione tra dimensione carismatica e dimensione istituzionale sarebbe ora necessario approfondire maggiormente la loro co-essenzialità in chiave sacramentale. Ciò consentirebbe di illuminare come l’avvenimento cristiano permane nella storia implicando la libertà dell’uomo . Giovanni Paolo II ha aperto questo fronte parlando di ratio sacramentalis della Rivelazione e di forma eucaristica dell’esistenza cristiana .

c) Due corollari di natura pastorale
Prima di passare alla seconda parte della nostra riflessione mi permetto di formulare qualche rilievo di carattere pastorale.
Abbiamo già detto che la vita dei movimenti e delle nuove comunità ha favorito la consapevolezza della natura della Chiesa come evento donato alla libertà di ogni uomo. Nati perché un carisma donato personalmente ad un fedele diventa principio educativo ed aggregativo di altri fedeli cristiani (movimento), essi continuano a rivelare la persuasività dell’evento cristiano. Testimoniano la possibilità del permanere del carattere originario di evento proprio dell’incontro con Cristo, inesauribile fonte di bellezza per la libertà umana. Non si appartiene alla Chiesa per puro dovere o per pura inerzia sociale, ma perché si riconosce nel Risorto Colui che ha la capacità di mobilitare dal di dentro la persona affinché si decida al dono totale di sé, cioè all’amore. La sequela del carisma consente di riscoprire l’oggettività del proprio Battesimo, che ci incorpora a Cristo e ci fa diventare membra gli uni degli altri (cfr. 1Cor 12,12ss; Rm 12, 4-5). Il nostro essere uomini si compie, per grazia dello Spirito, nell’accoglienza del dono gratuito dell’incontro con Gesù Crocifisso e Risorto che ci invita a seguirLo nell’eucaristica comunità cristiana. Nello stesso tempo la realtà del movimento o nuova comunità rivela che la dimensione istituzionale è altrettanto co-essenziale ed è intrinseca al movimento stesso. Infatti proprio in forza della dimensione istituzionale, ultimamente garantita dai Vescovi in comunione con il Successore di Pietro, è possibile riconoscere che questo o quell’altro movimento costituiscono un’autentica esperienza di Chiesa. Da qui la necessità di non estinguere i carismi, ma anche quella di un loro adeguato discernimento.
In quest’ottica si possono evitare fastidiosi unilateralismi.
In primo luogo mi riferisco ad una interpretazione schematica della celebre affermazione di Giovanni Paolo II: «la Chiesa stessa è un movimento» . Essa ha condotto talora a considerare nella pratica le forme specifiche della propria esperienza di movimento come criterio di validità su cui misurare tutte le altre aggregazioni di fedeli, parrocchie e diocesi comprese. Se la dimensione carismatica è coessenziale e non derivata, oggettivamente chi incontra un movimento autenticamente ecclesiale vi compie un’esperienza integrale di Chiesa. Tuttavia la natura sempre contingente del carisma di fondazione, e ancor più del movimento che ne deriva, deve mettere in guardia dal rischio, anche indiretto, di imporli come modelli per l’intera vita della Chiesa. Un’espressione dannosa di questo rischio può derivare dal tentativo, apparentemente generoso, di creare, di fatto o di diritto, un organismo generale di coordinamento tra nuovi movimenti come se il problema della maturità ecclesiale, di cui parlava Giovanni Paolo II , potesse essere risolto dall’organizzare unitariamente i nuovi movimenti attraverso piani operativi per poi interloquire con le diocesi, le parrocchie e le aggregazioni classiche di fedeli.
Una seconda considerazione è relativa alle modalità riduttive e parziali, ancora assai diffuse, di proporre la formazione, la spiritualità e le conseguenze etiche connesse all’esperienza cristiana. Come si evince dall’enciclica Deus caritas est questi decisivi elementi conseguono obiettivamente all’avvenimento dell’incontro con la persona di Gesù Cristo . È questo avvenimento che, in forza della grazia della fede, chiama la libertà del cristiano, sorpresa dallo splendore del Risorto, alla sequela. Quelle enucleate sono conseguenze necessarie, da cui non si può assolutamente prescindere; ma sono appunto conseguenze. Nessuno può illudersi che siano in grado di “produrre” direttamente l’esperienza cristiana. In effetti, il cristianesimo, come ogni autentico evento, si comunica solo attraverso un altro evento, che non è mai riducibile alle sue conseguenze. In questo senso nessuna “strategia pastorale” può di per sé generare il popolo santo di Dio.
In particolare i pastori debbono resistere alla tentazione, comprensibilmente indotta da gravi urgenze pastorali, di concepire i movimenti come mera “forza lavoro”. Coloro cui è stato dato il compito di reggere il popolo di Dio ed ai quali spetta l’autorevole missione del discernimento, sono chiamati a saper riconoscere la libertà dell’azione dello Spirito Santo (cfr. At 10,1-11,18), senza voler imporre piani né programmi pastorali così rigidi da risultare mortificanti per i diversi carismi . D’altra parte deve essere premura dei movimenti assumere con la loro propria specificità la proposta pastorale del vescovo.
Queste avvertenze, a prima vista fin troppo specifiche, sono in realtà significative modalità di attuazione del principio metodologico della communio, autorevolmente proposto dall’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1985 in occasione del ventennale della chiusura del Concilio Vaticano II: la varietà e la pluriformità nell’unità .

2. La missione nel Terzo Millennio

Con potente lungimiranza Giovanni Paolo II ha ricordato a tutta la Chiesa al n. 29 della Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte: «Non si tratta, allora, di inventare un “nuovo programma”. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio».
In quest’ottica, che intende rispettare la natura di evento propria della Rivelazione, parlare di prospettive e priorità significa indicare le condizioni essenziali cui movimenti e nuove comunità debbono restar fedeli se vogliono che l’origine gratuita della loro esperienza diventi sorgente permanente della libera adesione di ogni loro membro all’incontro con il Signore e strada grata per la missione ai nostri fratelli uomini.

a) Un soggetto ecclesiale personale e comunitario
La prima di queste condizioni, di gran lunga la più urgente, è il porsi del “soggetto ecclesiale” personale e comunitario, luogo del «venite e vedrete» (Gv 1, 39), cioè della proposta viva del fascino di Gesù Cristo per qualunque uomo. Riemerge qui la portata pneumatologica, ecclesiologica ed antropologica di quanto detto circa la coessenzialità della dimensione carismatica e di quella istituzionale, che permette l’incontro persuasivo fra la bellezza di Cristo e la singola persona. Anzitutto occorrono persone e comunità tese a testimoniare la rilevanza dell’incontro con Cristo - nel dono dello Spirito - per l’esperienza elementare di ogni uomo. Basta pensare agli incontri di Gesù descritti nei Vangeli (Zaccheo: Lc 19, 1-10; la Samaritana: Gv 4, 1-42), che si prolungano poi in quelli degli apostoli narrati dagli Atti (At 3, 1-10; 8, 26-40; 9- 10-19). I carismi, soprattutto quelli di fondazione che vengono partecipati da migliaia di persone nei vari movimenti e comunità, mostrano così loro fecondità nella misura in cui concorrono efficacemente a rendere reperibile Gesù Cristo oggi.
Illuminante in proposito è risalire dalla descrizione della comunità primitiva, più volte richiamata (cfr. Att 2 e 16), alla genesi del soggetto personale e comunitario descritta dai Santi Vangeli. Nel Vangeli incontriamo Gesù che, dopo i trent’anni di permanenza silenziosa a Nazareth, per ben due anni – sono i sinottici a darcene precisa documentazione – si limita ad annunciare il Regno tra Cafarnao, dove prende dimora presso Pietro, Corazim e Betsaida (cfr. Mt 11, 20-23) – un territorio di pochi chilometri quadrati – chiamando all’amicizia con Sé Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo… (cfr. Lc 5, 1-11). Ogni sabato, da buon ebreo, si recava in sinagoga come segno inequivocabile del primato di Dio nella sua vita. Lì leggeva la Parola di Dio, pregava con i Salmi (cfr. Lc 4, 16-27). Lì gradualmente inserì la proposta del regno per cui il Padre Lo aveva inviato. Con tutta probabilità il pomeriggio dello stesso sabato, secondo l’usanza giudaica, Gesù lo passava nelle case dei suoi e discorreva con loro (cfr. Mc 4, 10ss). Sono sempre i Vangeli, con i loro logia, a darcene testimonianza. Poi, man mano che cresceva l’interesse, Egli parlava, soprattutto in parabole (cfr. Mt 13, 1-51), alla gente che sempre più numerosa accorreva per ascoltarlo. Questo fu in concreto l’inizio delle Sua missione. Di cosa si tratta? Del prendersi cura di una trama di amici, liberi e coscienti. Uomini e donne che in Lui trovavano il proprio centro affettivo. In seguito, dopo due anni, Gesù è sostanzialmente costretto all’esilio, al di là del lago; e da lì, con la cerchia più ristretta dei suoi, si spinge su fino a Tiro e a Sidone (cfr. Mt 15, 21). Per sei mesi il soggetto comunitario suscitato dall’incontro con il Maestro infittisce il rapporto con Lui. Stanno insieme ventiquattro ore su ventiquattro: così cresce e si consolida la loro koinōnía. Infine in altri sei mesi, dopo «aver deciso fermamente» (cfr. Lc 9, 51: ipse faciem suam firmavit!), li porta con Sé a Gerusalemme (cfr. Mc 10, 1; Mt 19, 1; Lc 9, 51) dove la Sua missione si compie tragicamente, ma dove eucaristicamente il soggetto ecclesiale prende la forma definitiva che giunge fino a noi, proprio in forza di quei fatti (passione, morte e risurrezione), base dell’evento che per grazia anche oggi gli uomini incontrano, se un soggetto trasformato dallo Spirito di Cristo lo propone loro come evento.
Diventa in tal modo “comprensibile e praticabile” ai fedeli l’esperienza che «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» . Porre il soggetto, ad un tempo personale e comunitario, è la priorità: fondamentale per tutta la Chiesa. Questo hanno saputo indicare persuasivamente tutti i movimenti e le nuove comunità. Questa deve essere pertanto la loro assoluta priorità. Sarà come per i primi apostoli, strada concreta per vivere le dimensioni del mondo (evangelizzazione ed inculturazione).
Questa “cura” del soggetto, che scaturisce dalla coessenzialità di dimensione carismatica e dimensione istituzionale, permette di recuperare concretamente il dato elementare, oggi spesso smarrito, che la vita è, in se stessa, vocazione. Ogni circostanza, ogni rapporto, altro non sono che il quasi-sacramento mediante il quale lo Spirito di Gesù chiama il cristiano a coinvolgersi col disegno del Padre che conduce la storia di ogni persona e di tutta la famiglia umana. La vita come vocazione precede la vocazione ad uno specifico stato di vita. Ogni autentico carisma, infatti, risulta persuasivo non perché “aggiunge qualcosa” ai normali contenuti dell’esistenza, ma perché rende consapevoli di come il mistero di Dio, che in Gesù Cristo si è piegato sull’umana condizione, si fa presente attraverso la normalità dell’esistenza in quanto tale svelandone il carattere di vocazione. In ogni istante il Deus Trinitas si offre a noi e ci chiama a fare sì che tutta la nostra vita sia una logikē latreía (Rm 12, 1), un culto ragionevole (spirituale) gradito a Dio. Il valore del Battesimo (cfr. 1Pt 3, 21) e la forma eucaristica della vita cristiana brillano qui in pienezza. Il cristiano è chiamato (vocazione) attraverso tutte le circostanze della vita ad assumere il compito (missione) di dilatare, mediante il dono di sé, il regno di Dio, senso ultimo della storia e di ogni storia, già realizzatosi nella storia singolare di Cristo e non ancora manifestatosi pienamente nella storia di ognuno, ma presente come caparra nel mistero della Chiesa.
Conviene, a questo punto, richiamare con forza un dato oggi gravemente trascurato. La coscienza che la vita è vocazione richiede che il fedele sia stabilmente educato al pensiero di Cristo (1Cor 2, 16). Infatti, se non si vuole “dare per scontato” il soggetto dell’azione missionaria, ogni comunità cristiana è tenuta a promuovere una permanente educazione alla fede intesa come criterio vitale con cui affrontare tutta la realtà. Nella vita del cristiano il paolino «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21) perché «tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3, 22-23) non può essere un dato automatico, ma richiede un organico lavoro di educazione (cfr. Gv 6, 45). A documentarcelo sono, ancora una volta, le prime comunità cristiane: l’annuncio del Vangelo vissuto nell’Eucaristia e testimoniato nella vita domanda l’immedesimazione accurata con la fede intesa come abbandono a Cristo (fides qua) e professione della sua verità (fides quae): «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2, 42).
Dato che Gesù Cristo è la Verità vivente e personale – la Rivelazione non ha anzitutto la forma di un discorso, ma di una persona - è impossibile separare, nell’educazione cristiana, “ciò” che Gesù insegna da “come” lo insegna. Il pensiero di Cristo è indisgiungibilmente esperienza e logos. La genesi della comunità apostolica, brevemente richiamata, mostra che per poter assimilare la verità che Egli propone è necessario coinvolgersi in un rapporto stabile con Lui ed i fratelli. Seguire Gesù è la strada per poter entrare nel contenuto vivo e presente della Rivelazione. Così i diversi movimenti e comunità ecclesiali, animati dallo Spirito, saranno luoghi di sequela ecclesiale se renderanno possibile e praticabile l’educazione permanente al pensiero di Cristo (1Cor 2, 16) che sgorga dall’idem sapite, dal tò autò phroneite (2Cor 13, 11) di cui parla Paolo.

b) Un soggetto chiamato ad autoesporsi: la testimonianza cristiana
La seconda condizione che diventa priorità e prospettiva per la missione ecclesiale dei movimenti e delle nuove comunità è intrinseca alla natura e all’esistenza del soggetto ecclesiale personale e comunitario. Il soggetto cristiano è chiamato a rendere testimonianza all’evento incontrato, cioè ad autoesporsi nella sequela di Gesù Cristo sulle tracce del carisma partecipato ed oggettivamente garantito dall’autorità. Per inciso conviene richiamare che questa è la strada maestra suggerita dal concludersi della parabola della cosiddetta teologia del laicato nel binomio vocazione-missione .
Da dove in concreto hanno origine le comunità primitive cui abbiamo fatto riferimento? Dagli Apostoli avvinti dalla potenza dello Spirito del Risorto che, in piena comunione con Sua Madre e tra loro, da cristiani spaventati sono, per grazia, trasformati in testimoni fino all’offerta totale di sé. Un’imponente metamorfosi che era stata promessa da Gesù: «mi sarete testimoni» (cfr. Lc 24, 48; At 1, 8), «andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Il Vangelo di Giovanni descrive la grazia profonda di questa straordinaria novità sperimentata dai pescatori di Galilea, che documenta la genesi pneumatologica della Chiesa: «perché ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore (…) è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, Egli convincerà il mondo» (Gv 16, 6-8). L’apostolo non è tale finché lo Spirito del Risorto non lo manda, non fa di lui il testimone. L’etimologia più probabile di questo vocabolo lo fa derivare da ter-stis, il terzo che sta tra i due. Tutti i Suoi (dai primi su su fino a noi) sono il terzo che sta tra Lui ed il nostro fratello uomo che - magari senza saperlo, forse addirittura bestemmiandolo - anela alla Sua salvezza.
La testimonianza è, alla fine, la gioiosa garanzia di una vita buona trasformata dal fascino di Gesù. Essa muove la persona e la comunità ad obbedire a ciò che la Provvidenza gli chiede qui ed ora. Infatti è della natura di ogni movimento, in quanto realizzazione della Chiesa, essere una costante “pro-vocazione” alla persona in vista della propria maturità personale ed ecclesiale. Una comunità non sostituisce mai la persona, ma la urge alla maturità fino alla sua figura adulta e compiuta. La spinge alla responsabilità nei confronti del dono della fede che ha incontrato o che è stato risvegliato nell’incontro da un carisma persuasivo.
Come si declina questa chiamata personale e comunitaria ad auto-esporsi?
A livello personale possiamo descriverla, nella sua dinamica interna, almeno con due tratti. Da una parte auto-esposizione significa permanente docilità a quanto lo Spirito opera nella vita della Chiesa e nel mondo. Dall’altra significa assunzione di uno stabile stile testimoniale di vita a partire dalla propria comunità cristiana fin dentro ogni ambito dell’umana esistenza. Sono due dimensioni che si richiamano l’un l’altra e non si possono mai separare: non c’è possibilità di testimonianza se non nasce dalla docilità all’opera dello Spirito che rende testimonianza in noi, perché anche noi possiamo testimoniare al mondo (cfr. Gv 15, 26-27).
Questa urgenza di auto-esposizione personale si giocherà inevitabilmente a partire dallo specifico stato di vita. Il modo con cui un fedele laico sposato, partecipando al carisma incontrato, si esprimerà concretamente nella vita della Chiesa e nella società, non sarà identico a quello di quanti seguono Gesù nella verginità consacrata. Quello di un sacerdote appartenente ad una società di vita apostolica o a forme analoghe nate dall’esperienza di un movimento non sarà lo stesso di quello di un sacerdote diocesano che pur partecipa dello stesso carisma. Ancor diversa sarà la sequela di un carisma per quanti appartengono a famiglie monastiche, a congregazioni ed ordini religiosi o ad istituti secolari. Sono aspetti non secondari su cui molti movimenti e nuove comunità vanno riflettendo e in merito ai quali la testimonianza chiede anche il coraggio del de iure condendo .
La testimonianza come urgenza intrinseca all’autenticità di ogni carisma è esigita in modo radicale dall’inevitabile trapasso dei fondatori di movimenti e nuove comunità. In questo caso, per assicurare la fedeltà al carisma stesso, è decisiva anzitutto l’auto-esposizione di coloro che hanno incontrato il carisma, e questo vale in modo del tutto particolare per coloro che hanno ricevuto la missione di continuare la guida delle comunità quali successori dei fondatori. Nel rischio della testimonianza personale si diventa sempre più figli e, quindi, fedeli alla grazia ricevuta: figli e non semplici imitatori.
Se consideriamo ora l'auto-esposizione della comunità in quanto tale, mi preme indicare due criteri fondamentali. Parlando di priorità e prospettive occorre evitare il grave rischio di indebite omologazioni. Per la missione dei movimenti e delle nuove comunità non esiste un’unica strada che tutte queste realtà debbano percorrere. Senza questa avvertenza si ricadrebbe nella tentazione di voler catturare movimenti e nuove comunità nelle maglie del “già noto”, facendo loro perdere la provvidenziale e provocante diversità cui lo Spirito li chiama. In linea di principio non si deve precludere allo Spirito la più grande varietà di configurazioni testimoniali, purché si resti dentro l’oggettivo alveo del regimen communionis della Chiesa . Questo indica, tra l’altro, che è maturo il tempo di riconoscere che l’azione e la riflessione sulla missione dei nuovi movimenti nella Chiesa non può più essere ritenuta un capitolo a sé stante, ma deve necessariamente svolgersi, all’interno della Chiesa universale e delle Chiese particolari, nella comune sinfonia di tutte le aggregazioni di fedeli, incluse quelle classiche.
Questo – ed è il secondo rilievo – impone il coraggio e la pazienza di sapere reperire nuove forme. Anche a questo proposito la fisionomia giuridica di ogni singolo movimento dovrà essere guadagnata passo passo nella storia concreta di auto-esposizione di ogni realtà all’interno della vita della Chiesa.
Se prestiamo attenzione alla vicenda concreta dei diversi movimenti e comunità mi sembrano emergere – è una lettura del tutto personale - due tendenze che non sono in alternativa, anche se esprimono diversi orientamenti .
Da una parte in talune di queste realtà si sviluppa la coscienza che la sequela del carisma intende semplicemente esprimere una modalità persuasiva della normale appartenenza alla Chiesa. Simili movimenti vogliono educare alla “logica sacramentale” propria dell’esistenza cristiana in quanto tale. Essa consente di affrontare le condizioni di vita comuni a tutti i fedeli senza enfatizzare forme ed organismi specifici di impegno, di testimonianza e di organizzazione. Un simile orientamento favorisce una concezione ed una pratica di movimento inteso come luogo di fraternità e amicizia cristiana capace di assumere con agilità le istanze proprie di ogni luogo e tempo. L’accurata vigilanza circa un’intensa comunione ed una generosa missione aiuterà la fedeltà stabile al carisma e la sua destinazione alla missione della Chiesa. Questo atteggiamento di forte autoesposizione può trovare sostegno in forme giuridicamente appropriate, o già esistenti o da reperire.
Mi sembra, però, di poter rilevare nei fatti anche un altro orientamento. Quello di concepire l’appartenenza al movimento o alla comunità, luoghi persuasivi di vita cristiana, in analogia con forme monastiche e di ordini e congregazioni religiose all’ombra delle quali molte nuove comunità sono nate. Questa scelta può favorire una precisione di proposta ed un’attenta sequela del cammino dei singoli aderenti. Proprio sulla scorta della plurisecolare esperienza delle forme monastiche e religiose, queste realtà dovranno cercare forme giuridiche appropriate per le mutue relazioni con le realizzazioni ordinarie della vita ecclesiale.

c) Un soggetto testimone nel mondo
Come ci ha ricordato Benedetto XVI esiste un’obbiettiva corrispondenza tra la bellezza dell’incontro con Cristo, in forza del dono dello Spirito, e la gioia di comunicarlo . La missione non è anzitutto un’attività specifica, ulteriore rispetto alla vita quotidiana. Al contrario in forza della “logica sacramentale” della Rivelazione, ogni circostanza e rapporto è quasi-sacramento dell’incontro con Cristo. La persona stessa, affascinata dalla bellezza dell’incontro con Cristo in forza di un carisma persuasivo, comunica, piena di gioia, questa bellezza nella trama quotidiana dell’esistenza - affetti, lavoro e riposo - dove avviene il dia-logo di salvezza con il Risorto. Qui sta la radice dell’essenzialità e dell’universalità della missione cristiana . La missione ecclesiale non ha, come sappiano, altri confini che quelli del mondo: «il campo è il mondo» (Mt 13, 38). La missione è propria di tutti i chiamati cioè, potenzialmente, di tutti gli uomini.
Ancora una volta potremmo descrivere i tratti di questo vivere in favore del mondo (propter nos et propter nostram salutem) riferendoci agli Atti degli Apostoli. Basti richiamare la tensione libera a mettere in comune beni materiali e spirituali (cfr. At 4, 32-37), praticando la koinōnía come concreto principio di organizzazione dell’esistenza. O riferirsi a Paolo che fermandosi a Corinto, lavora come fabbricatore di tende (cfr. At 18, 1-4), o allo stesso che riceve amici in casa, prigioniero a Roma, vivendo così secondo uno stile singolare il suo “riposo” (cfr. At 28, 16-22). O ancora al carceriere di Filippi che, passato il momento di grave turbamento, si fa battezzare, fa salire Paolo e Sila in casa, apparecchia la tavola… e si ritrova «pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio» (cfr. At 16, 27-34). Veramente ogni circostanza della vita e in essa ogni rapporto – circostanze e rapporti formano infatti la trama di cui è intessuta la realtà – sono il luogo dell’annuncio testimoniale di Gesù Cristo da parte del soggetto ecclesiale personale e comunitario.
Parlando di missione oggi si deve avere il coraggio di riconoscere che, per il grande travaglio in cui versa l’uomo post-moderno, è decisivo mostrare come l’evento di Gesù Cristo intercetti concretamente l’anelito di libertà e di felicità inscritto in ogni uomo ma avvertito in modo singolarmente acuto dai nostri contemporanei. Ciò deve giungere fino a mostrare le implicazioni antropologiche e sociali della novità di vita generata dal Battesimo e resa affascinante dalla sequela del carisma partecipato nella vita della Chiesa . Siamo chiamati a mostrare che non è vera la terribile accusa del poeta Eliot: «Il genere umano / non può sopportare troppa realtà» .
Quando parlo di urgenze antropologiche mi riferisco alle modalità concrete con cui la forza dei movimenti educa a vivere gli affetti e ad affrontare l’esperienza esaltante dell’amore sponsale e verginale, che è sempre fecondo. Rendere visibile nel mondo la possibilità di amare per sempre ed in modo esclusivo nel matrimonio e quella di generare ed educare figli costituisce una strada decisiva per ridare speranza ai nostri fratelli uomini. Quella speranza di cui sono segno privilegiato ed escatologico coloro che sono stati chiamati a seguire Gesù Cristo attraverso la professione dei consigli evangelici o attraverso il sacramento dell’Ordine.
Sul piano sociale urge proporre concretamente una nuova civiltà dal volto umano, fatta di affetti, lavoro, riposo concepiti come generatori di “vita buona” personale e civile.
Amando e lavorando in Cristo e per Cristo senza temere sacrificio e dovere, il desiderio e la libertà trovano la via sicura del compimento. Si diventa uomini condotti dalla logica dell’Incarnazione a condividere le forme più elementari del desiderio, a partire dal bisogno (cfr. At 4, 32-35; Rm 15, 25-27; 1Cor 16; 2Cor 8). Ed è del tutto naturale che più il bisogno è imponente e radicale più provochi la libertà di condivisione del cristiano.
In questo modo si verrà configurando una cultura sociale imperniata sui principi della solidarietà e della sussidiarietà, costantemente approfonditi dal Magistero sociale della Chiesa. Si sarà capaci di incontrare e collaborare con uomini e donne di tutte le latitudini e longitudini nell’edificazione di forme sostanziali di democrazia e di buon governo.
Non è un caso che il Santo Padre, nell’enciclica Deus caritas est, abbia richiamato i fedeli laici a percorrere la strada della purificazione dell’amore. Una strada che va simultaneamente dall’eros all’agape e dalla giustizia alla carità . I cristiani - dice il Papa - in quanto «cittadini dello Stato, sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto abdicare “alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune”» . L’importanza di questa testimonianza nel sociale, in grado di distinguere i diversi ambiti nell’unità vitale del soggetto, è segnata da una chiara coscienza del rapporto tra diritti, doveri e leggi. In proposito è significativo il peso che ultimamente ha avuto il dibattito su cosa sia “religione” e “laicità”, almeno in Europa e negli Stati Uniti.
Da una parte vi è chi assolutizza il rapporto cittadino-Stato, relegando nel privato ogni appartenenza o identità (culturale, religiosa). Si giunge così ad un’ipertrofia dei diritti, sganciati dai doveri e dalle leggi, e alla separazione tra pubblico e privato... Essa porta inevitabilmente con sé una concezione formalistica della democrazia. Censurando la dimensione religiosa dell’uomo l’ordinamento statuale tende ad occupare il posto di Dio.
Dall’altra parte assistiamo ad un’enfatizzazione delle “differenze” culturali, religiose ed etniche fino a renderle tra loro incomunicabili. Da qui l’impossibilità di pensare la comune appartenenza alla famiglia umana. Non si riesce a fondare l’universalità e, quindi, a stabilire un termine di paragone fra le diversità sulla base dell’esperienza elementare di ciascuno e di tutti.
L’antropologia che nasce dall’incontro con il Risorto, proprio perché rispettosa della natura specifica dell’esperienza elementare, permette di non lasciarsi irretire in simili posizioni. L’uomo, costitutivamente religioso, è capace di ospitare tutto il reale che a sua volta, nei suoi lineamenti essenziali, è conoscibile. La società è sempre correlata alla persona, pertanto la separazione tra pubblico e privato è arbitraria. Il cristiano propugna una visione dell’uomo e della società a misura di tutti, non teme la natura plurale delle moderne realtà civili perché stima i corpi intermedi in cui il singolo è sempre inserito. È così aiutato a non vivere individualisticamente i diritti, perciò stima il dono della vita, l’oggettiva natura dei rapporti affettivi, familiari e sociali, ed è convinto che si possano coniugare giustizia e carità.
Movimenti e nuove comunità sono chiamati quindi ad una testimonianza integrale che giunga fino a queste implicazioni. Solo così saranno fedeli alla natura essenzialmente missionaria del cristianesimo.

3. «Guai a me se non annunciassi il Vangelo!»

Il brano degli Atti degli Apostoli con cui abbiamo aperto questa riflessione prosegue con un episodio molto significativo: «Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi (il testo greco dice “evangelizzare”, euangelisasthai) la parola del Signore» (At 16, 9-10).
Il Macedone del racconto degli Atti, non è forse la figura di ogni nostro fratello uomo che, magari sotto la forma della ribellione o addirittura dell’ostilità, non cessa di interpellarci? E noi, che per pura grazia abbiamo conosciuto il Risorto e per il dono del Suo Spirito siamo parte viva del popolo cristiano, non ci metteremo subito in movimento riconoscendo in questo l’invito di Dio che ci urge all’evangelizzazione? «Guai a me se non annunciassi il Vangelo!» (1Cor 9, 16).


 

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